Aree interne. I giovani vogliono restare

Forse ti piacerebbe leggere...

1 Commento

  1. Vincenzo Vignieri ha detto:

    “Un risultato che ribalta la tesi che i giovani delle aree interne e montane vogliono andare via e classifica quelli che restano come giovani senza ambizioni che non sono riusciti a scappare da territori in cui, ormai, ci sono soltanto gli anziani”.
    Non è chiaro dove sia stata definita questa come la tesi prevalente.
    I giovani delle aree interne vorrebbero poter restare, ma “la bassa offerta di lavoro, spesso non in linea con la sempre più elevata formazione dei giovani, unitamente alla scarsità di accesso ai servizi pubblici per le comunità residenti favorisce lo spopolamento dei territori marginali, ossia distanti dai più produttivi centri urbani” (Barca, 2014; OECD, 2006; ).
    Questa ricerca – in base agli elementi qui presentati – a me sembra confermare la tesi che appare dietro alla SNAI, questa sì prevalente.
    L’evidenza mostra che: 1) i trasporti e le infrastrutture di trasporto sono inadeguate: tempo medio di percorrenza da un comune delle Madonie verso Palermo 85 minuti in macchina e 110 minuti in modalità mista (macchina + treno, senza tenere conto della frequenza dei mezzi pubblici, per cui il tempo potrebbe ulteriormente aumentare); 2) l’istruzione e la formazione sono in fase di seria contrazione, in seguito alla riduzione dei nuovi nati (https://www.castelbuonolive.com/lunione-madonie-fa-appello-al-ministro-dellistruzione-patrizio-bianchi-per-bloccare-il-dimensionamento-scolastico-delle-madonie/); 3) la sanità e i servizi per la tutela della salute anch’essi in fase di contrazione da almeno un decennio (si veda la storia recente dell’ospedale di Cefalù e di Petralia) sia sul piano della ampiezza dei servizi che della distribuzione.
    I dati istat sulla popolazione residente ci dicono che il numero dei residenti nei comuni ricompresi nell’area interna Madonie si è ridotto del 25% dal 1983 al 2020 e dal 2014 la riduzione ha subito una accelerazione su base annua, passando da -0,5% a -1,4 % nel 2017 e -1,51% nel 2019.
    L’evidenza mostra ancora come le politiche dei borghi e per i borghi siano primariamente protese a proporre questi contesti urbani e rurali come luoghi attrattivi per i turisti. Tale attrattività molto spesso è intesa dai politici come un surrogato della qualità della vita, il cui significato viene inteso come qualità dell’aria che respiriamo in campagna. Tra gli altri, questo è un problema non da poco, poiché determina un eccesso di focus sul miglioramento dell’attrattività di un borgo con il rischio che ciò alimenti lo spopolamento delle comunità, in ragione degli effetti collaterali e controintuitivi che le politiche per l’attrattività avranno in un arco temporale più lungo e in arene diverse da quelle tradizionalmente presidiate dai decisori politici (e.g., i flussi turistici, le aperture di nuove attività legate al settore della ricettività e di iniziative a supporto del turismo). Mi spiego, allocare tempo (come proposizione politica e progetti) e risorse esclusivamente su questo settore, inevitabilmente riduce tempo e risorse allocate altrove. Un processo inerziale che potrebbe richiedere in futuro aggiustamenti sempre più “costosi” in termini di tempo e risorse per rendere tutto compatibile. Si vedano ad esempio i costi in crescita per l’accesso ai servizi accessori all’istruzione e gli incentivi per lo sviluppo di servizi di promozione dell’attrattività turistica. Entrambe le necessità attingono alla medesima fonte.
    Infatti, un orientamento alla misurazione degli effetti di breve (flussi turistici), peraltro parziali, sottende una prospettiva ristretta riguardo alla comprensione dell’efficacia delle politiche volte a frenare lo spopolamento e appare ancor di più un angolo ottuso se tale misurazione è riferita all’intero esplicarsi della vita all’interno di una comunità insediata in un luogo.
    A mio modesto avviso, appare necessario comprendere come le diverse istituzioni (a diversi livelli) possono insieme collaborare per sostenere la rigenerazione della comunità di un luogo e di riflesso del luogo stesso attraverso politiche di lungo periodo centrate sul miglioramento della qualità della vita, che include, tra le altre cose, anche l’attrattività turistica e un certo grado di sviluppo turistico. Porre al centro della politiche pubbliche il miglioramento di quei servizi di cui l’area interna è scarsamente dotata e perchè no l’introduzione anche di nuovi per la comunità residente potrebbe consentire ai giovani di poter restare così da frenare lo spopolamento e magari attrarre nuovi residenti in ragione di una superiore (raggiunta e mantenuta) qualità della vita, rispetto alla città. Ciò potrebbe sostenere la continuità storica della vita vissuta della comunità in un luogo.

    OECD. (2006). The New Rural Paradigm (OECD Rural Policy Reviews). Paris: OECD.
    Barca, F. (2014). A STRATEGY FOR INNER AREAS IN ITALY: DEFINITION, OBJECTIVES, TOOLS AND GOVERNANCE. Material UVAL, (31).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.