L’Assessore alla Cultura e Turismo Cucco comunica le date del Veglione 2015

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11 Commenti

  1. Addetto stampa ha detto:

    Grazie per la segnalazione.

    Dottoressa Cucco. Banco è quello dove ci si siede. Quella in piazza è la Banca di corte. Lo abbiamo capito lo stesso.

  2. Banco-matt ha detto:

    A essere ancora più precisi, non esiste neppure la Banca di Corte, nel senso che non sono stati trovati documenti attestanti la presenza di una Banca dei Ventimiglia. Ciò significa che la ridente denominazione si deve a qualche storico che ha scritto la storia così come l’ha immaginata nelle sue lunghe ore di meditazione.

  3. Matador ha detto:

    Più che una banca, se realmente è esistita, doveva trattarsi di una zecca con tesoreria….

  4. Gianclelia ha detto:

    Gentilissimo “Addetto” ma chi lo “Ha detto”? Anticamente, come riportato in diverse pubblicazioni, la denominazione era “Banco di Corte”. Anche secondo lo Zingarelli, che lei certamente avrà consultato (io purtroppo no perché essendo mio padre cacciatore avevamo Treccani), è il locale dove si vendono o si scambiano particolari beni o servizi: banco dei preziosi | banco dei pegni, banco di pegno, agenzia o istituto che esercita il prestito dietro consegna in garanzia di un bene economico | banco del lotto, botteghino dove si ricevono le giocate. Ma aggiungo se è più corretto scrivere banca, accetto il consiglio e la prossima volta lo farò. La invito pure a inviare una mail al Banco di Sicilia, al Banco di Napoli, Banco di Sardegna, Banco di Brescia, Banco di Lucca, Banco di Sassari, ecc. perché anche loro hanno commesso lo stesso errore. Il resto degli istituti bancari li cerchi lei, adesso non ho tempo. Cordiali saluti. Gianclelia Cucco (e non nascosta dietro uno pseudonimo)

  5. Devoto-Oli ha detto:

    Vabbè questi puristi della lingua erano abituati con i comunicati stampa del precedente primo cittadino e dei suoi assessori e quindi oggi quando leggono, al primo errore già gli prude il naso. Il bue che dà del cornuto all’asino, in altri termini

  6. Orazio Cancila ha detto:

    Banco di Corte o Banca di Corte? Forse né l’uno né l’altra. Il problema, a mio parere, non è se debba considerarsi più corretto dire “Banco di Corte” oppure “Banca di Corte”. No! Il problema è un altro.
    Premesso che anch’io ho usato una volta (e ne faccio ammenda) in un mio articolo di sintesi l’espressione “Banca di Corte” per indicare l’ex casa municipale, poi ex carcere, oggi a distanza di decenni debbo rilevare che nelle mie lunghissime ricerche non ho mai trovato in nessun documento l’espressione “Banco/ Banca di Corte”. Ho studiato a tappeto tutto gli atti notarili su Castelbuono dalla fine del Quattrocento al 1620 e un certo numero degli atti del periodo successivo sino a fine Ottocento. Può darsi che, se riuscirò a continuare le ricerche nei prossimi anni, l’espressione salti pure fuori, ma al momento non posso documentarla. In qualche occasione ho trovato il termine “banca” riferito agli uffici municipali, mentre più comune era il termine latino “bancum” per indicare l’ufficio del notaio. Il termine “Corte” era invece molto più diffuso: Corte giuratoria (in latino: Curia iuratorum civitatis Castriboni), Corte criminale, Corte civile, Corte capitanale.
    Allo stato delle mie ricerche quindi posso soltanto affermare che l’ex carcere, negli ultimi decenni del Cinquecento e ancora nei primi decenni del Seicento, era adibito a rabba, ossia a magazzino dove gli amministratori municipali conservavano il frumento da distribuire ai poveri, a prezzi controllati, in caso di penuria.
    Nel 1588, la «rabica frumentorum pauperum» confinava con l’abitazione degli eredi di Giovannuccio Giaconia sr, sita nella platea puplica (attuale piazza Margherita), che a sua volta confinava con la casa degli eredi dell’aromatario Filippo Caruso (attuale palazzo Raimondi). Il rivelo dei giurati di Castelbuono del 1607 denunciava il possesso di una «casa solerata con sua loggia [porticato] existenti nella piazza di questa città, confinanti con la casa di Niculao Firraro et con la casa di Gioanni Faulisi, in tri corpi»: era lo stesso magazzino della rabba, come confermava Nicolò Ferraro, marito di Maria Giaconia, il quale contemporaneamente rivelava un «tenimentum di casi a solaro a sei corpi in canto a la rabica».
    Ancora nel 1621 l’edificio era adibito a rabba, come documenta l’atto di acquisto della casa già dei Giaconia da parte di Ottavio Bandò: «domum unam soleratam…, positam in hac civitate Castri boni et quarterio di la piazza puplica huius civitatis, secus domum ex uno latere ex oriente di la Rabica».
    L’edificio adibito a rabba cambiò destinazione tra il 1623 e il 1636, trasformandosi finalmente in casa di città, ossia in sede degli uffici municipali e quindi della Corte giuratoria: il rivelo dei giurati del 1636 attestava infatti che «la città di Castelbuono… tiene una casa dove si tiene città, nella piazza sopra la fontana, collaterale con la casa d’Ottavio Bandò, cavaliero del santo Sepolcro, [e] con la loggia di detta casa, sotto della quale si tiene l’Arcivo delle scritture dello stato». Il medico Giuseppe Bandò, figlio adottivo ed erede universale di Ottavio Bandò, nel testamento del 1693 indicava la “casa della città” come uno dei confini della sua abitazione.
    E come “casa di città” la ritrovo ancora nel Settecento. Nella relazione del capomastro Illuminato Prisinzano in data 14 marzo 1791 sui lavori per la costruzione del nuovo carcere, si legge: «avendosi da me sottoscritto capo mastro, in unione di detti spettabili giurati, fatte delle dovute perquisizione in dove si potessero commodamente situare a norme del citato Circolare [del viceré Caramanico], si è determinato, per non aversi potuto ritrovar altro migliore luogo capace situare dette carceri ove trovasi situata la Casa di questa predetta città, per essere in luogo proprio [= di proprietà], publico e commodo, a mente delle necessarie condizioni espressate in detto Circolare».
    Il 29 maggio 1791 il Consiglio civico prese atto dell’offerta di mastro Antonio Fesi, che dichiarava di «obbligarsi egli fabricare le Carceri per servigio di questa predetta città nel luogo già stabilito dalli spettabili giurati ed officiali di giustizia.cioè nella publica piazza ove attualmente sono situati il Pubblico Archivio e la Casa della Città». Diversamente da quanto si possa pensare, il trasferimento delle carceri dal castello nella piazza principale della città non era affatto dovuto alla prepotenza del marchese che voleva punire la popolazione. Era dovuto a una precisa volontà del governo viceregio, che il marchese invece subiva: i castelbuonesi erano infatti riusciti in precedenza a privare il marchese della giurisdizione civile e criminale, che era ormai passata allo stato, e perciò anche le carceri dovevano passare sotto il suo controllo.
    In conclusione, “Casa di città” quindi e non “Banco / Banca di Corte” è sempre stato per i castelbuonesi vissuti anteriormente all’Ottocento l’edificio poi adibito a carcere e oggi sede della Pro loco. Ognuno ne tragga le conclusioni che vuole, ma a mio parere la sede della Pro loco dovrebbe oggi indicarsi come ubicata nell’ex carcere, perché come carcere l’edificio è stato sempre inteso dalla sua costruzione sino alla mia generazione, senza che ci fosse “memoria d’huomo in contrario”, come si diceva una volta nelle prove testimoniali.
    Un’aggiunta: una “piazza Banca di Corte” non è mai esistita. L’attuale piazza Margherita era chiamata “platea puplica” o “piazza pubblica”, come si legge anche nell’offerta di mastro Antonio Fesi per la costruzione del carcere. Talvolta, ma raramente, ho trovato “piazza dintro” e “piazza della vecchia Matrice”, mentre la “strata magna di la piazza dintro” o “ strata plateae intus” corrispondeva all’attuale via Sant’Anna e il “quartiere di la piazza dintro” all’area attraversata dall’attuale via Sant’Anna, che poi farà stabilmente parte da un lato del quartiere Manca e dall’altro del quartiere Vallone.
    Grazie per l’attenzione.
    Orazio Cancila

  7. bastiano ha detto:

    Il prof. Cancila, a cui va dato atto di avere apportato approfondimenti storici inconfutabili, sostiene, riferendosi all’ex carcere, che….” oggi a distanza di decenni debbo rilevare che nelle mie lunghissime ricerche non ho mai trovato in nessun documento l’espressione ” Banco/Banca di Corte”. Eppure la d.ssa Cucco Gianclelia, ” nata ieri”, in tutti i sensi, rispetto al prof. Cancila ma col fiuto del cacciatore, ha trovato in DIVERSE pubblicazioni la denominazione “Banco di Corte”. Per dire che chiunque non può fare l’Assessore alla Cultura. Deve avere il fiuto del cacciatore….di poltrone.

  8. sfaccendata ha detto:

    Spesso è capitato anche a me di trovare testi che fanno riferimento al banco di Corte o alla banca di Corte dei Ventimiglia.
    Lo stesso storico castelbuonese prof. Cancila in una sua pubblicazione (e lo dice anche lui nel suo commento) parla della banca di Corte di P.zza Margherita. È stato usato e si usa spesso da tutti il termine Banco/banca di Corte per riferirci all’ex carcere.
    Sul sito del museo da un bel po’ di anni si legge: anno1989 “le collezioni del museo vengono trasferite dal castello al “carcere”, l’ex banco di Corte dei Ventimiglia. L’ evento è accompagnato dall’apertura di una mostra permanente di tutte le collezioni. ” wwwmuseominapalumbo.it
    Ma di cosa stiamo parlando di cercare a tutti i costi nell’ uovo il pelo che non c’è…?

  9. Unno ha detto:

    Se è una sciocchezza è una sciocchezza anche se è scritto sullo stradario e su diverse pubblicazioni specialmente dello stesso autore. O vogliamo dire che poiché è stato scritto (e da chi poco importa) deve essere accettato come vero?

  10. Sandro Morici ha detto:

    I puristi di storia e di lingua si sono dottamente espressi. Ora, per favore, largo agli autori di farse per i tanti veglioni in programma e…buon carnevale a tutti!

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