Castelbuono 1992: il passato che non passa

(Di Massimo Genchi) – In quarant’anni di attività politica i metodi utilizzati da monsieur Lacoste (coccodrillo, dicono i suoi giannizzeri, ha stufato) per gettare discredito sui suoi nemici politici sono stati la menzogna sistematica e la velata intimazione.
Nella fattispecie, l’oggetto riguarda ancora le denunce del ’92 (che costarono il carcere ai destinatari) per le quali monsieur Lacoste non tollera che gli vengano attribuite responsabilità esclusive. Lo ha ribadito con parole e toni stizziti nel corso dell’ultimo consiglio comunale del 27 novembre.
E’ vero che quella denuncia fu firmata, oltre che da monsieur Lacoste, anche dal prof. Lucio Spallino e dall’avvocato Nuccio Di Napoli ma è anche vero che le motivazioni che mossero l’esponente dei verdi e il leader dei comunisti di Castelbuono furono di natura esclusivamente politica e non, invece, dettate dal famelico, smodato, desiderio di conquistare il potere che animò il vero ispiratore di quell’azione.
Quella operazione, nata per scardinare un deprecato sistema politico ma da subito addomesticata in opportunità per dare la scalata al potere, fu compresa sia pure con ritardo da Lucio e da Nuccio che, quindi, formularono le loro deduzioni politiche e il loro definitivo distacco da monsieur Lacoste.
Quando Lacoste afferma indegnamente che il sottoscritto ha rinnegato l’amicizia con Lucio Spallino sta mentendo sapendo di mentire, dato che i primi a rinnegare quell’operazione furono proprio i cofirmatari di quella denuncia, nel momento stesso in cui riallacciarono rapporti con i quattro professionisti e presero le distanze da Lacoste e dalla sua tanto decantata rivoluzione morale, tutta fumo e tric-trac.
Per non ripetere sempre le stesse cose, alla maniera monotona del nostro trombone scatarrato, chi volesse, può leggere qui la ricostruzione di quella vicenda:
Lacoste nell’ultimo consiglio comunale ha ripetuto con la sua solita ipocrisia “non capisco perché voglia (riferito a me) prendere le distanze da quelle denunce, non so per quale motivo” e ha aggiunto, alla maniera di un disperato giocatore d’azzardo, “disconoscendo e sconfessando un momento storico in cui era partecipe”, cioè io sarei stato presente mentre si prendevano quelle decisioni. Peccato che io non fossi né presente né partecipe né rivestivo ruoli politici tali da dovermi, in qualche modo, sentire coinvolto.
Io, da sempre, ho accuratamente evitato di avere a che fare con Lacoste. Nel 2002, dopo le primarie perse da Angelo Ciolino per pochi voti (falsate dall’azione di qualche suo sodale che continua ancora oggi a trarre benefici), potevamo rovesciare i tavoli e abbandonare, alla maniera di Lacoste.
Ma noi non siamo lui. E abbiamo accettato la sconfitta, benché fortemente viziata, onorando i patti. Compresa la costituzione del gruppo consiliare unico di cui io feci parte per venti mesi. Ma questo non assume né significato di contiguità né di complicità con monsieur Lacoste.
Quella tornata elettorale, l’unica in cui si fronteggiarono due candidati a sindaco, fu caratterizzata da un forte voto disgiunto. Una valanga di voti ai consiglieri di centro destra che non furono associati al candidato sindaco di riferimento, avvocato Mario Lupo il quale, alla fine, ebbe 411 voti in meno rispetto a quelli delle liste che lo appoggiavano. Anche la mia scheda recò un voto disgiunto. E non certo perché votai un consigliere di centro destra.
Questo, per ribadire che io non ho mai avuto alcuna vicinanza di alcun genere con Lacoste, convinto come sono dell’assoluta validità del vecchio adagio popolare iùnciti ccu chiddri cchiù mìejji di tia e appìzzacci i spisi. Altro che avere «navigato per diversi anni proprio accanto al coccodrillo» come di recente, sotto dettatura, hanno scritto i suoi due fidi scribacchini. Ma per costoro e per gli altri fedelissimi è solo questione di tempo: ci vuole solo pazienza e il destino, che colpisce chiunque ancora oggi gli stia vicino credendo alle sue promesse e adulazioni, colpirà anche loro. Così com’è successo con tanti altri che oggi sono i suoi più convinti avversari.
Quelle denunce, che secondo Lacoste, hanno rappresentato l’inizio di un grosso cambiamento per il nostro paese, sono state semplicemente l’inizio di “un grosso cambiamento” per la sua vita professionale dato che su esse ha edificato la propria carriera politica. Sarebbe interessante chiedersi se nel 1992, davanti a quel bivio, la storia avesse imboccato l’altra strada, lui oggi cosa farebbe. E, soprattutto, il nostro paese come sarebbe.
Vaneggiare una rivoluzione morale, politica e culturale è un controsenso, dato che i risultati di quel cambiamento oggi sono sotto gli occhi di tutti. E’ sufficiente guardare il paese com’è ridotto, in ordine a decoro urbano – più disordinato e sciatto di una casbah – in ordine a consistenza, vivacità sociale e vivibilità. Basti dire dell’anarchia automobilistica, della piazza chiusa ma stracolma di macchine in transito, del paese totalmente fuori controllo e senza alcun controllore. Stendendo un velo pietoso sull’ambiente, che pure fu uno dei motivi che scatenarono quelle denunce.
Infine, la cappa di silenzio e di oppressione che grava oggi su Castelbuono è enormemente più pesante che negli anni Novanta, quando il termine più ricorrente in bocca a monsieur Lacoste era “comitati d’affari” e il municipio, a suo dire, non era ancora stato portato in via Sant’Anna. Che, poi, visti i prodigiosi risultati del suo ventennio, sicuramente era meglio se restava dov’era.

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