Castelbuono attraverso la voce di coloro che vivevano la piazza. Recensione del libro La Croce sul pane di Franco Lupo

(Di Orazio Cancila) Amarcord! Mi ricordo! C’ero anch’io in quel mondo così felicemente ricostruito – direi meglio evocato – da Franco Lupo nel suo La croce sul pane. Ricordi degli anni di guerra e del dopoguerra in un paese del Sud (Edizioni del periodico Le Madonie, Castelbuono, 1997, pp. 496). E quando, anche se il contesto è amaro, è dolce abbandonarsi ai ricordi significa inequivocabilmente che il più è stato fatto, pur se Franco non vorrà ammetterlo mai.
Siamo rimasti ormai in pochi, i sopravvissuti, a ricordare quel mondo e quegli anni «in un paese del Sud». Basta scorrere il nutrito elenco dei nomi che correda il volume per rendersi infatti conto che molti, la maggior parte di coloro che vissero quegli anni e che sono i protagonisti del libro, non ci sono più. Sono andate via le generazioni dei nostri nonni e anche quelle dei nostri padri. E ciò è una legge naturale. Ma è andata già via anche una parte della nostra generazione. Parecchi dei nostri compagni di scuola ci hanno già lasciato e altri da tempo non vivono più a Castelbuono, da sempre terra di emigrazione.
Alcuni cognomi che hanno fatto la storia del paese si sono addirittura estinti. Chi ricorda più, ad esempio, oggi i Tumminelli, a uno dei quali, l’onorevole Michele Maria, si deve una breve ma efficace ricostruzione di alcuni aspetti della vita castelbuonese di inizio Novecento in un suo romanzo autobiografico che forse nessuno a Castelbuono conosce? E con loro tanti altri, che hanno per sempre abbandonato il paese. Chi parte però [il paese] «se lo porta negli occhi e nel cuore, dovunque; se lo sente pulsare nel sangue e se lo rivede dinanzi agli occhi, attraversato dai fantasmi della propria esperienza, popolato di immagini: i genitori, la casa natìa, i compagni di scuola, i vecchi banchi, l’inchiostro viola, il maestro, i libri, gli amici, le avventurose “scappate”, le giocate “a buffa” in un androne semibuio, i primi turbamenti erotici, e mille altre cose che nel ricordo dell’adolescenza si rimescolano, si sovrappongono, si associano e si dissociano a caso, e poi si disperdono nei labirinti del subconscio secondo che prevalga un’immagine più distinta, un’emozione più forte» (Alfredo Mario La Grua Polittico Castelbuonese, p. 28). Così è stato per Alfredo, così è stato per Franco e per noi tutti.
In ogni caso, è certo che gran parte del mondo di Franco oggi non esiste più. E forse non è un male. Chi scrive non ha alcuna nostalgia di quel mondo che abbiamo perduto ma sono grato a Franco Lupo che mi ha dato la possibilità di riviverlo quasi giorno per giorno attraverso le sue pagine, alcune veramente mirabili per la grande capacità di coinvolgimento del lettore che riescono a esprimere, per la intensa passione civica che le anima, per la carica evocativa che riescono a suscitare. E gli sono grato anche come storico, perché egli è riuscito a salvare e a consegnare alla memoria collettiva del nostro paese una fetta della sua vita quotidiana, e quindi della sua storia, che è poi la storia della nostra infanzia e della nostra fanciullezza, la storia iniziale della nostra generazione.
Quegli anni, per Castelbuono e ritengo anche per la nostra isola, furono decisivi, chiudevano definitivamente un’epoca. Chiudevano l’ancien régime, che neppure le conquiste sociali dell’ultimo Ottocento e della prima metà del secolo erano riuscite a superare del tutto. Sino ad allora si può dire che la rivoluzione industriale non fosse ancora completamente giunta a Castelbuono e che in fondo non ci fosse poi grande differenza di vita e di mentalità, di rapporti sociali e di rapporti di lavoro, con i secoli precedenti. Il tempo scorreva lento e sempre uguale. Il feudalesimo era stato sì giuridicamente abolito nel 1812, ma sino alla grande emigrazione dei nostri anni Cinquanta i rapporti di produzione nelle campagne erano ancora di tipo feudale. Per non parlare poi dei rapporti sociali, ancora molto marcati e regolati da consuetudini plurisecolari. Dopo di allora, invece, nulla sarà più come prima e la frattura con il passato si farà sempre più ampia e profonda. Un’altra storia, insomma, il cui legame con la precedente, tende a diventare sempre più fievole.
Ecco perché la ricostruzione di Franco Lupo giunge oggi opportuna, indipendentemente dal giudizio che di quell’epoca ognuno di noi potrà dare. Per gli anni della guerra, Franco si avvale soprattutto dei suoi ricordi, ma non tralascia di ricorrere quando è necessario alla memoria dei suoi familiari e degli amici. Preziosissimo si rivela l’archivio del periodico “Le Madonie”. Da esso sono tratte sia le fotografie, spesso inedite, che arricchiscono il volume, sia gli introvabili interessantissimi manifestini lanciati dagli aerei americani nelle settimane che precedettero lo sbarco alleato in Sicilia. Le pagine dedicate alla guerra e alla occupazione alleata trascendono – a mio parere – la vicenda castelbuonese, perché delineano un quadro che può considerarsi emblematico di una situazione ben più generale, sulla quale – ove si eccettui l’aspetto strettamente militare – la ricerca storica è ancora tutta da compiere. Lo stesso autore si sforza di inserirla per quanto possibile nel più vasto contesto nazionale e talvolta anche internazionale. E d’altra parte, le scritte fasciste sui muri, la fiducia nelle armi italiane, l’oscuramento e il coprifuoco, il razionamento dei viveri e dei tabacchi, gli zoccoli di legno, l’ascolto pubblico del giornale radio e dei bollettini di guerra, la coda alle fontane e il ritorno dei contadini dalle campagne, l’angoscia delle madri per i figli al fronte, l’arrivo degli sfollati e il dubbio di non riuscire a farcela, il bombardamento del paese e la fuga nelle campagne, le tragedie della miseria e il dramma della guerra, l’incredibile tentativo di fermare l’avanzata alleata con i fucili ’91, lo sbandamento dei soldati italiani e l’ordinata ritirata di quelli tedeschi, il festoso arrivo degli alleati, l’euforia degli antifascisti e l’arresto dei notabili fascisti, la scomparsa della malaria, l’amministrazione alleata, l’arrivo dei nuovi sfollati della Ciociaria, «i mille problemi in attesa della pace» e la lenta ripresa di cui si parla ampiamente nel libro sono fenomeni intensamente vissuti che trascendono l’ambito strettamente locale, per assurgere a simboli di un dramma nazionale solo in parte attenuato dalle speranze del primo dopoguerra.
Con i primissimi anni del difficile dopoguerra ci si avviava lentamente verso la normalità. Riprendevano i riti carnevaleschi, le manifestazioni sportive, la vita culturale e soprattutto la libera attività politica. Anche se i problemi da risolvere erano tantissimi, in tutti c’era la ferma convinzione che il peggio fosse ormai alle spalle. Si riaffacciava drammatico il secolare irrisolto problema della manna, che le vicende belliche avevano per qualche tempo lasciato in ombra. Altri problemi creava il ritorno dei reduci di guerra senza lavoro e non più disposti, dopo avere affrontato giornalmente la morte sui campi di battaglia, a riprendere in silenzio le antiche abitudini di sottomissione e di obbedienza. L’occasione per lo scontro, che solo per un miracolo non sfociò nel sangue, fu la processione di S. Anna del 1945: congregazioni e reduci (tra cui parecchi partigiani) si contesero a pugni e a calci, ma anche a colpi di spranghe costituite dai pali di sostegno degli oleandri di via S. Anna, il diritto di portare a spalla l’urna della Patrona. Uno scontro tra vecchi e giovani, direi quasi tra padri e figli, in cui inevitabilmente i vecchi ebbero la peggio.
Dal 1947 la ricostruzione di Franco non è più affidata ai ricordi personali e collettivi, ma si avvale – oltre che delle deliberazioni del ricostituito Consiglio comunale – di una fonte a stampa che nell’Italia di quegli anni solo pochissimi comuni possono vantarsi di possedere, il periodico “Le Madonie” fondato e diretto da Giovanni Lupo, che col primo gennaio riprendeva le pubblicazioni. L’attenzione di Franco può concentrarsi adesso sulle vicende politiche e sui personaggi che le animavano: dall’on. Alfredo Cucco, ritornato prepotentemente sulla scena nazionale dopo un lungo ritiro negli anni Trenta e la parentesi della RSI, agli emergenti Pietro Sapienza, appena eletto deputato regionale per l’Uomo Qualunque, e Vincenzo Carollo, allora giovanissimo consigliere comunale, destinato a una brillantissima carriera politica nelle file della DC, ai quali si aggiungerà all’inizio degli anni Cinquanta il comunista Gino Carollo. Mai – come nel quindicennio 1946-60 – Castelbuono ha vissuto una vita politica così intensa; mai come allora essa è stata così presente nelle vicende politiche regionali e nazionali. Tra i paesi delle Madonie, Cefalù compresa, essa riusciva infatti a esprimere la più consistente rappresentanza politica del circondario. Consistente e qualificata anche, perché Alfredo Cucco era uno dei leader nazionali del Movimento Sociale, Pietro Sapienza e Vincenzo Carollo avevano ricoperto e ricoprivano incarichi nel governo regionale e quest’ultimo ‘studiava’ già da presidente della Regione, Gino Carollo svolgeva con sagacia e competenza il suo ruolo di oppositore all’Assemblea regionale. Il castelbuonese fuori dal paese veniva inevitabilmente identificato dai non castelbuonesi come il compaesano di Cucco, o di Sapienza, o dei due Carollo: e ciò a prescindere dal partito di appartenenza. E tutto ciò senza considerare i castelbuonesi Michele Maria Tumminelli e Lorenzo Spallino, eletti in Lombardia e il secondo addirittura più volte ministro
Tra i due Carollo, le simpatie di Franco Lupo vanno incredibilmente a Gino, il ‘nemico’ politico. Vincenzo rappresentava il partito e gli ideali nei quali egli credeva e per i quali allora si batteva fermamente, la Dc. Ma Franco, pur se talora non riusciva a sottrarsi al fascino della sua intelligenza politica, lo sentiva lontano da sé, freddo, razionale, lucidissimo, fazioso o «velenoso», se vogliamo usare il termine di cui lo gratificavano allora gli avversari politici locali, spesso vittime dei suoi acuminati strali polemici. Gino avrebbe dovuto rappresentare il ‘nemico’ in anni in cui la «guerra fredda» aveva diviso il mondo in buoni e cattivi, in amici e nemici. Ma il suo carattere estroverso e la sua filosofia di vita che lo rendevano amico di tutti, compagni e avversari di partito, erano vicinissimi a quelli di Franco, che lo sentiva come un fratello maggiore, quasi un maestro di vita, una guida. Chissà cosa avrebbe dato allora perché Gino non fosse un comunista!
Che dire di più? Forse che il libro di Franco Lupo è la voce di coloro che vivevano in piazza, degli artigiani soprattutto da cui la sua famiglia proveniva, degli studenti di allora, del ceto medio insomma. Rappresenta la faccia urbana del paese, non quella rurale. E perciò in esso non è presente, se non marginalmente, il mondo della campagna e della pastorizia. Ma quello non era il mondo di Franco, che – è forse opportuno precisarlo – non ha voluto tanto ricostruire la storia dell’intero paese, quanto fermare sulla carta i suoi ricordi. E di quel mondo dei contadini e dei pastori egli non poteva non avere che scarsi ricordi.

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