Castelbuono, il festival della benemerenza permanente: quando tutto diventa celebrazione e niente resta memoria

A Castelbuono ormai c’è una nuova disciplina amministrativa: la distribuzione seriale dell’onorificenza. Una sorta di “Grande Fratello istituzionale” dove ogni settimana qualcuno entra nella casa delle benemerenze, riceve la targa, la foto di rito, l’applauso pubblico e il post celebrativo.
Negli anni del sindaco Mario Cicero abbiamo visto di tutto: scuole intitolate, strade dedicate, riconoscimenti civici distribuiti con generosità quasi liturgica, commemorazioni continue, cerimonie, eventi, foto affisse in aula consiliare, attestati, celebrazioni permanenti. Manca soltanto la benemerenza per chi riesce a trovare parcheggio in centro ad agosto.

Il problema, sia chiaro, non sono quasi mai i destinatari. Molti hanno meriti reali, storie autentiche, percorsi degni di riconoscimento. Il punto è un altro: quando un’amministrazione trasforma l’eccezione in routine, il simbolo perde peso. È economia elementare applicata alla politica: se stampi moneta all’infinito, la moneta si svaluta. Se distribuisci onorificenze a raffica, l’onorificenza smette di essere straordinaria.

Una civica benemerenza dovrebbe essere rara. Solenne. Dovrebbe arrivare dopo anni di sedimentazione collettiva, non diventare un appuntamento periodico, addirittura settimanale, del calendario comunale. Dovrebbe rappresentare un momento alto della memoria civica, non una puntata aggiuntiva della comunicazione istituzionale permanente.
E invece Castelbuono sembra vivere dentro una campagna elettorale emotiva. Una narrazione continua in cui il Comune non governa soltanto: Si auto-celebra. Auto-racconta sé stesso ininterrottamente. Ogni gesto diventa evento, ogni evento diventa racconto, ogni racconto diventa consenso.
È la politica-spettacolo applicata alla provincia siciliana: meno amministrazione, più scenografia. Più simboli che sostanza. Più retorica che programmazione.
E attenzione: non è una critica alla cultura o al riconoscimento del merito. Anzi. Le comunità sane valorizzano chi costruisce valore sociale, culturale e civile. Ma proprio per questo lo fanno con misura. Con parsimonia. Con il senso del limite che distingue l’autorevolezza dall’autocelebrazione.
Perché quando una fascia istituzionale compare ovunque, quando ogni settimana si scopre una targa, quando le intitolazioni diventano seriali e le benemerenze si moltiplicano, il rischio è evidente: il riconoscimento pubblico smette di appartenere alla comunità e inizia a somigliare a uno strumento di costruzione del consenso.

E qui entra in scena il vero nodo politico.
Mario Cicero è da anni uno dei sindaci più mediaticamente presenti del territorio. Ha costruito una cifra politica fondata sulla visibilità permanente, sull’occupazione continua dello spazio pubblico, sulla centralità simbolica della figura del sindaco dentro ogni dinamica tecnica, culturale e sociale del paese. Nulla di illegittimo, naturalmente. Ma tutto molto riconoscibile.

Il problema nasce quando l’istituzione rischia di coincidere completamente con la narrazione personale di chi la governa. Quando il Comune smette di essere casa neutrale della comunità e diventa palcoscenico permanente dell’amministrazione in carica.
E guarda caso questa accelerazione di riconoscimenti e cerimonie arriva mentre il mandato si avvicina alla conclusione.
La politica italiana conosce benissimo questo schema: tagli di nastri finali, inaugurazioni compulsive, memoria pubblica usata come strumento emozionale, moltiplicazione degli eventi simbolici. Perché le emozioni funzionano elettoralmente molto più delle delibere sui servizi idrici o delle strategie contro lo spopolamento.
Eppure i problemi veri restano lì. I giovani continuano ad andare via. Le aree interne continuano a perdere abitanti. I servizi si riducono. Le difficoltà economiche rimangono. Le fragilità infrastrutturali pure. Ma intanto arrivano targhe, cerimonie e benemerenze.
È il trionfo della politica simbolica: quella che produce fotografie più che soluzioni.

Le comunità serie custodiscono i propri riconoscimenti come si custodiscono le parole importanti: usandole poco. Perché sanno che la dignità delle istituzioni passa anche dalla sobrietà con cui esercitano il potere simbolico.
Altrimenti si finisce nel paradosso tutto italiano per cui ogni cosa diventa storica, ogni persona eccezionale, ogni evento memorabile. E quando tutto è eccezionale, niente lo è davvero.
Così Castelbuono rischia di trasformarsi nella Repubblica delle Benemerenze Permanenti: un luogo dove il riconoscimento non certifica più un merito raro, ma semplicemente la partecipazione alla lunga e ininterrotta liturgia dell’amministrazione uscente.

Sia chiaro a scanso di equivoci: l’intento di queste righe non è polemizzare con l’amministrazione comunale né mettere in discussione i meriti di chi ha ricevuto riconoscimenti. Tuttavia, il rispetto delle istituzioni non può tradursi nell’obbligo del silenzio quando si ritiene che una scelta pubblica sia discutibile o rischi di svuotare di significato strumenti che dovrebbero restare eccezionali. Tacere per evitare polemiche sarebbe certamente più comodo, ma anche più ipocrita. Perché il senso civico non consiste nell’applaudire sempre, bensì nell’avere il coraggio di esprimere, con rispetto, ciò che si ritiene giusto e ciò che si ritiene sbagliato soprattutto quando riguarda la vita di tutta la comunità.

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