Consulta giovanile: Quando il Sud affoga, lo Stato tace. La Sicilia dimenticata

Quando nel 1908 Giovanni Giolitti, informato del devastante terremoto di Messina, liquidò la tragedia con un cinico «sarà caduto qualche comignolo», non stava semplicemente sbagliando una valutazione: stava rivelando una distanza profonda, strutturale, tra il potere centrale e la vita reale dei siciliani. A più di un secolo di distanza, quella distanza non solo non si è colmata, ma continua a manifestarsi con inquietante regolarità.
Quando abbiamo visto la foto della Nike dei Giardini Naxos, non abbiamo potuto fare a meno di rabbrividire davanti a una metafora così pungente: la Nike continua ad ergersi fiera e vittoriosa sopra un mare burrascoso, ma tutto ciò che la circondava è stato spazzato via, e adesso è sola.
La scorsa settimana la Sicilia è stata colpita dal ciclone Harry, un evento meteorologico estremo che ha causato devastazione, danni ingenti e paura in un territorio già fragile, segnato da dissesti idrogeologici, carenze infrastrutturali e anni di abbandono istituzionale. Case allagate, attività distrutte, campagne compromesse: per molte persone, soprattutto nel Mezzogiorno, significa vedere cancellati in poche ore i sacrifici di una vita.
Eppure, di fronte a tutto questo, il silenzio. Un silenzio assordante della politica nazionale e dell’informazione televisiva generalista, che ha derubricato quanto accaduto a semplici “forti temporali” o “tempeste”, evitando accuratamente di parlare di emergenza, di responsabilità, di interventi straordinari. Un trattamento ben diverso da quello riservato ad altre calamità che hanno colpito il Paese negli anni passati, quando i territori coinvolti erano regioni centrali e settentrionali, immediatamente riconosciute come “strategiche” e degne di attenzione.
Non si tratta di una gara del dolore, né di contrapporre Nord e Sud. Ogni calamità è una tragedia umana e sociale, ovunque avvenga. Ma è impossibile non notare come lo Stato sembri reagire con velocità, risorse e visibilità mediatica differenti a seconda della latitudine. Come se esistessero cittadini di serie A e cittadini di serie B. Come se il Mezzogiorno fosse condannato a convivere non solo con i disastri naturali, ma anche con l’indifferenza istituzionale.
Essere meridionali oggi significa spesso questo: sentire sulla propria pelle la distanza dello Stato, percepire che la propria sofferenza pesa meno nel dibattito pubblico, che l’emergenza diventa cronaca minore se a essere colpita è la Sicilia. È una distanza che non è solo geografica, ma politica, culturale e morale.
Denunciare questa sproporzione non è vittimismo: è un atto politico. È chiedere che lo Stato sia davvero uno, indivisibile non solo sulla carta, ma anche nella tutela concreta dei suoi cittadini. È pretendere rispetto, attenzione e interventi adeguati per un territorio che non chiede privilegi, ma uguaglianza.
Perché quando il Sud trema, affoga o brucia, non sta accadendo qualcosa di marginale. Sta accadendo all’Italia intera. E continuare a minimizzare significa essere complici di una frattura che, da oltre un secolo, non ha mai smesso di allargarsi.
Consiglio Direttivo della Consulta Giovanile di Castelbuono

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