No all’installazione di colonne tecniche sul prospetto della Chiesa dell’Itria

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5 Commenti

  1. Orazio Cancila ha detto:

    A proposito della chiesa dell’Itria, la cui fondazione sotto il nome di Santissima Trinità risale ai tempi di Ypsigro e ne fa la più antica chiesa di Castelbuono, mi piace riportare quanto può leggersi nel mio volume “Nascita di una città. Castelbuono nel secolo XVI”, Associazione Mediterranea, Palermo 2013, pp. 488-489, reperibile su internet:

    «Accanto a quella di San Giuliano [oggi mi pare ufficio turistico] era intanto innalzata un’altra chiesa: la chiesa della Santissima Trinità sotto titolo di Santa Maria dell’Itria, la cui costruzione nel 1588 il marchese, che vi godeva del diritto di patronato, affidò a mastro Bernardino Conforto jr [nota191], mentre l’immagine della Madonna dell’Itria era stata commissionata nel 1586 al pittore mastro Gaspare Vazano, detto “lo zoppo di Gangi” [nota 192]. Che la chiesa, conosciuta da tutti a Castelbuono come chiesa di Santa Maria dell’Itria, si chiamasse in origine della SS. Trinità non è ormai più noto a nessuno, neppure agli stessi sacerdoti locali da me interpellati, anche perché nel corso dei secoli la denominazione Santa Maria dell’Itria ha prevalso definitivamente e di quella iniziale si è persa del tutto la memoria. Il fatto poi che il marchese fosse titolare dello ius patronatus sulla chiesa e, come tale, si assumesse le spese della sua costruzione, mi fa ritenere che la chiesa dell’Itria potesse essere la stessa che in età normanna era indicata come «Santa Trinità di Sicro» o di «Sciro», che nel mio precedente volume su Castelbuono medievale non ero riuscito a localizzare [nota193]. Essa peraltro è ubicata proprio all’interno dell’antico casale di Ypsigro, che nel corso del Cinquecento assunse il nome di quartiere Terravecchia. Non di due diverse chiese si tratterebbe quindi, bensì di una sola chiesa, in attività al tempo di Ypsigro, poi abbandonata e rifondata infine alla fine del Cinquecento. Ciò spiegherebbe anche il godimento dello ius patronatus da parte del marchese: un diritto antico che i Ventimiglia vi dovevano godere fin dai tempi di Ypsigro [nota194].
    191 Asti, notaio Pietro Paolo Abruzzo, b. 2222B, 18 maggio 1588, c. 455v sgg, cit in E. Magnano di San Lio, Castelbuono capitale dei Ventimiglia cit., p. 283. Procuratori della fabbrica della chiesa erano i magnifici Gian Pietro Giaconia e Pietro Provina.
    192 Asti, notaio Francesco Schimbenti, b. 2274, 4 luglio 1586, cc. 719v sgg, cit. Ivi, p. 217n.
    193 O. Cancila, Castelbuono medievale e i Ventimiglia cit., pp. 18, 20.
    194 Il canonico Morici la ritiene non anteriore alla prima metà del XVI secolo, «perché al 1554 venne collocata una campana nel piccolo campanile», ed erroneamente «ne attribuisce l’erezione alla Confraternita omonima [dell’Itria], che ivi risiede» (C. Morici, Notizie storico-religiose su Castelbuono cit., p. 37). In realtà, come sappiamo, la campana apparteneva alla chiesetta suburbana di San Nicasio, da dove vi fu trasferita nel 1666. La confraternita ottenne la chiesa come suo oratorio soltanto nel 1634, quando il marchese di Geraci, «dominum et patronum ius patronatus ecclesiae SS. Trinitatis sub vocabulo Sanctae Mariae de Hitria huius civitatis Castri Boni», ne concesse l’uso a mastro Girolamo Pagesi − governatore della confraternita di Sant’Anna, successivamente nota anche come confraternita dell’Itria − allo scopo di consentire ai confrati di riunirsi per esercitare «divina officia» a servizio di Dio onnipotente e della Beata Sant’Anna (Asti, notaio Francesco Prestigiovanni, b. 2311, 28 dicembre 1634).

  2. Massimo Genchi ha detto:

    Caro professore, a me, invece, piace congetturare che se in luogo della chiesa più antica di Castelbuono vi fosse stata semplicemente una bottega di quarumi, preferibilmente di infima qualità, il riguardo e la deferenza sarebbero stati più che garantiti. Ma d’altra parte, cosa ci si può aspettare? Oramai, in quanto a decoro urbano, ci accingiamo a superare anche i peggiori paesi di Sicilia

  3. giuseppe abbate ha detto:

    tutti gli interventi stabili di centraline ed apparecchiature varie eseguiti da aziende telefoniche o elettriche in corrispondenza di prospetti di edifici pubblici o privati non dovrebbero essere preventivamente concordati caso per caso con l’ufficio urbanistica ed approvati ? A quali condizioni vengono installati ? In caso di successivi spostamenti per lavori da eseguire nei prospetti da parte degli enti proprietari degli immobili, regolarmente approvati, come ci si comporta ? Ho avuto una sgradevole esperienza 20 anni fa quando la TELECOM per spostare di cm. 50 un armadio in via Mario Levante pretendeva l’iperbolica cifra di 23 milioni di lire !!

  4. Vincent.P ha detto:

    Il motivo per cui l’armadio è stato messo lì e’ per sfruttare i cunicoli preesistenti della Tim e rete elettrica anche per il passaggio cavi della fibra. Metterla in altro posto, ad esempio sul vicolo accanto al Cicas o sul vicolo che conduce ai 4 cannola, comporta dover rompere la strada per poi ricongiungersi in quel punto. Tutto fattibile certo, ma con costi e tempi aggiuntivi, senza contare che anche i privati non sono contenti di vedersi le colonnine sul loro muro. Dunque per quanto antiestetica, dal punto di vista tecnico ed economico e’ la soluzione più ovvia. Magari si potrebbe un po’ camuffarla con una vernice piu’ adatta al contesto.

  5. Giuseppe ha detto:

    Ad Ortisei o Cortina queste schifezze non si vedono. Perché qui si possonono fare queste brutture ed altrove no? Semplice: qui si sconosce il concetto di bellezza.
    Tecnicamente la soluzione è semplice, basta interrarla in un idoneo pozzetto abbastanza ampio da poter ospitare pure due operatori e fuori si vede solo un comune tombino in ghisa. Costa solo di più, ma è sicuramente meno impattante.

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