Pensierino di Natale: Ogni tinta acqua leva a siti (e u pitittu)

(Di Massimo Genchi) – Non sono molti, specialmente fra i più giovani, a sapere esattamente cosa sia una trazzera, cioè quell’importante via di collegamento fra centri vicini, lunga e larga anche 36 metri, per i trasporti a dorso di mulo o con gli animali da tiro e per il transito delle greggi.
A partire da questa sommaria definizione, si può immaginare che la rete trazzerale si sviluppi esternamente ai paesi, ma ciò non è del tutto vero. Le trazzere, infatti, penetrano anche all’interno del centro urbano e i meno giovani sicuramente ricorderanno le mandrie di svariate centinaia di capi che attraversavano il paese, specialmente durante le transumanze.

Non è inutile qui ricordare un post del 2018 in cui attraverso un video amatoriale si dava notizia, a cavallo fra la sorpresa e la gioia, per l’ormai inusuale spettacolo di una mandria di pecore in transito per la Piazzetta https://www.castelbuonolive.com/castelbuono-scene-vita-quotidiana-ormai-rare-un-video-la-recente-transumanza-pecore-piazza-mina-palumbo/
La mandria, proveniente da San Leonardo, attraverso la Strat’ê Pùrpuri, San Francesco, la via Mario Levante e la Discesa di San Vito si dirigeva verso le contrade settentrionali di Castelbuono. Questo è solo un esempio di itinerario trazzerale urbano.

Lungo ogni trazzera erano ubicati degli abbeveratoi più o meno monumentali, più o meno estesi. Le fontane di San Leonardo, di Pontesecco, di Porta San Paolo, quella un tempo adiacente alla chiesa della Catena, quella di San Francesco sono esempi di punti d’acqua interni all’abitato che servivano per l’attingimento a uso domestico ma soprattutto per abbeverare gli animali. Non è del tutto errato pensare che le trazzere, gli abbeveratoi e i fondaci di una volta fossero gli omologhi delle attuali autostrade, aree di servizio, motel.
La presenza dell’abbeveratoio nella zona compresa fra Sant’Agostino e San Francesco risale almeno alla prima metà del Cinquecento e la sua pregnante presenza in quello spazio urbano fu tale che tutto il rione prese il nome di Quartiere della biviratura.
L’abbeveratoio di San Francesco, nella sua foggia primigenia, occupava tutto lo slargo retrostante, fin quasi alle case poste ad angolo. Alla fine degli anni Quaranta, forse prevedendo che mandrie, greggi ed equini sarebbero in poco tempo stati destinati a scomparire e quello specchio d’acqua di così grandi dimensioni sarebbe stato di poca utilità, anzi di intralcio, si determinò che poteva essere drasticamente ridimensionato, e così accadde.

Oggi, quella presa d’acqua è stata adocchiata per strani interventi, non del tutto chiari, ma certamente ascrivibili alla nota ossessione idrica del nostro uomo solo al comando, nonché incontrastato signore delle risorse idriche, anche di quelle ricadenti in territori extracomunali, quindi non sue.
La fontana di San Francesco, infatti, proprio in questi giorni è stata fatta oggetto di interventi che già si segnalano per l’elevato gusto estetico che connota il committente di quei lavori. E si segnalano, quasi certamente per la prassi consolidata del suo modo di procedere: “vai lì e fai questo” rivolto ai suoi uomini, molto probabilmente, come sovente succede, senza che gli uffici ne sappiano niente, senza un pallido schema di programma e di approvazione dell’intervento da parte degli organi preposti. Tutto rigorosamente in privato, tutto rigorosamente tête-à-tête. Aumm-Aumm.


Dall’abbeveratoio già emergono due tubi, in un punto qualunque di esso è già sorto un bellissimo casotto in laterizi, presto vedremo il tutto chiuso da un coperchio che magicamente si aprirà ogni qualvolta l’autobotte dei sogni, possibilmente senza bollo, senza assicurazione, né revisione – sempre a termini di legge il Nostro – arriverà col lampeggiante acceso e da esso scenderà l’uomo della provvidenza ad attingere acqua al fine di rifornire uno dei richiedenti. Attenzione, richiesta fatta non agli uffici ma al mago dell’acqua personalmente (perché l’acqua è sua, come tutto in questo paese) il quale registrerà accuratamente sul suo sterminato database gli estremi della richiesta di ognuno per poi, a tempo debito, fare delle telefonatine o delle visitine il tenore delle quali lo conoscono tutti.
Insomma, è questo il sistema. Il suo sistema. Il sistema paese. Di quello che è diventato il paese suo.
Gesù bambino, che nasci stanotte, ascolta il paese residuale: Se è vero – com’è vero – che tu vedi, allora provvedi.

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