Per una memoria collettiva da ritrovare

(Di Massimo Genchi) – Presso molte civiltà la memoria ha rappresentato tutto. Tutto nasce e si costruisce a partire dalla memoria. Culturalmente e politicamente. Personalmente, ho passato l’intera mia vita a rincorrerla, a coltivarla, tenacemente, a cibarmene con voracità e a cercare di tramandarla con altrettanta determinata lucidità. Soprattutto dopo che la cultura orale ha fatto registrare la cessazione del suo moto millenario di pulsazione e di autopropagazione, ho ritenuto di dovere scrivere tanto nel tentativo di fissare e di riportare le voci e il sapere, vale a dire la cultura raccolta dalla viva parola dei contadini, dei pastori, degli artigiani, delle donne, della gente comune della mia comunità. Nomi illustri di ogni nazione, per dire che non è una mia fisima né una nuova tendenza, hanno iniziato questa meritoria operazione ben prima di me. Mi fa molto male, oggi, rileggere i nomi dei miei informatori e constatare che sono quasi tutti morti, ormai. è come se tutto intorno si accendesse un enorme buio di affetti e di sapere.
C’è un libro, La luna e i falò, che ha irrimediabilmente segnato chiunque lo abbia letto in maniera consapevole. I falò, beninteso, sono quelli di San Giovanni, della notte del solstizio, sono i riti pagani propiziatori della fertilità delle terre e, nel medesimo tempo, di ringraziamento per i nuovi raccolti. Quel libro – diversamente da ciò che comunemente si pensa – riguarda la memoria collettiva, storica e arcaica, il sapere, il patrimonio etnologico e antropologico, la nostra cultura plurisecolare, attraverso la quale si riesce veramente a penetrare ciò che eravamo prima di nascere.
In questo paese, nella fattispecie, secondo il mio modesto sentire, ogni casa, ogni strada, ogni pezzo di terra, ogni màrcato, ogni peculiare tipologia costruttiva, ogni porta ccû accìettu, ogni davanzale di ggilìerfu delle finestre, ogni balcone a petto d’oca, ogni basola della Stratalonga, ogni chiacato di strade popolari, ogni fontana, ogni tomba con le relative ossa o ceneri mi porta a riflettere e a concludere con Pavese: «Ecco cos’ero prima di nascere». Poi, si capisce, la sommatoria di memorie individuali si fa memoria collettiva. In effetti, occorre un esercizio del genere per realizzare appieno il senso di sé e della comunità, del paese. Scrive Pavese in un passo memorabile di quel libro che proprio per questo si «cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione». Insomma, la memoria che ciascuno di noi porta e la memoria che lascia, è tale da riuscire a rendere immortale l’uomo mortale.
Bene, io penso che noi a Castelbuono (in generale, nelle piccole comunità e, a ben guardare, ovunque), da un bel pezzo ormai, anche a causa di un mutato quadro di vivacità sociale e un appassito senso delle relazioni, in qualche modo indotto dall’alto, abbiamo finito di farci “terra e paese”. Da un certo momento in poi, abbracciando una malintesa forma di mondialismo e di voyerismo, abbiamo smesso di volere comprendere chi siamo realmente, da dove veniamo. Tutto ciò, più che proiettarci in una nuova era post moderna ci ha scaraventati nella vacuità dell’ovvio, nel silenzio del parlare, del narrare, nell’incapacità di sapere ascoltare. Oserei dire, di essere veramente felici nell’anima.
Ritengo che farsi ritornare il desiderio di sapere, di investigare, scavando nel profondo di noi, della nostra comunità, del suo tessuto, delle sue vicende, belle, brutte, buffe, controverse, dolorose, delle sue contraddizioni, conoscere le acque fangose della nostra storia sia necessario per recuperare pienamente il senso di sé all’interno della comunità, del paese, nella sua accezione più piena e sociologicamente più alta. Che non significa per niente avere una visione ridotta del mondo, anzi. Carlo Ginzburg, uno dei maggiori storici contemporanei, morto qualche giorno addietro, ci ha insegnato che la Grande storia, scaturisce direttamente dalla microstoria, storia di piccoli paesi, di miserie, di mugnai, di ristrettezze, di scarse condizioni igieniche, di rapporti dell’uomo col lavoro e con chi il lavoro gestisce.
Da tempo, penso a questa necessità di riappropriarci della nostra memoria comune. Quindi, in quanto patrimonio di tutti, anche di divulgarla. Che è poi la cosa più importante. L’altro giorno un nostro concittadino, che mi onora della lettura delle cose che vado scrivendo, mi ha fatto notare che il recente lavoro sui toponimi di Castelbuono, se non viene opportunamente divulgato e spiegato, soprattutto ai più giovani (ma non solo), se è stato scritto solo per tenerlo relegato all’interno delle pagine del libro, potrebbe non raggiungere chi queste cose non sa e, quindi, essere stato un lavoro quasi inutile. Ritengo che sia una osservazione più che giusta, pertanto, da realizzare.
Da un po’ di tempo mi girava in testa l’idea di reimpossessarci di una necessaria memoria comune. Poi, nell’arco di pochi giorni, si è verificata una concomitanza di eventi: la stampa e la presentazione molto partecipata ed entusiasta – interessante segno – del volume Pagine dalla memoria del mio maestro Giuseppe De Luca, a seguire, il commosso ricordo di Salvino Russo, ultimo dei ragazzi con la prima maglia granata, da parte di Tommaso Raimondo, che ha indotto i più a chiedersi: “ma chi sono questi ragazzi”? Ma anche fatto riflettere sul fatto che il campo sportivo ha “un inizio”, cosa questa sulla quale non si è portati a riflettere. Poi, ancora, il meraviglioso e insperato regalo delle fotografie raccolte con tanta passione dal mio amico Enzo Macaluso in una vita di appassionate ricerche, da parte di Zena e di Sandro, che consentiranno di riportare in vita tante facce e fatti e voci della nostra scena pubblica di tanti decenni addietro e ultimo, ma non per minore importanza, la recensione inedita offertami dal prof. Orazio Cancila del fondamentale libro La croce sul pane di Franco Lupo leggendo il quale si può percepire cosa fu questo paese in ordine a tutto ciò che non è più.
Insomma, mi è stato chiaro che il frutto era maturo, che il treno ha fischiato. Dunque, val la pena di partire, di provarci, con l’intento, magari velleitario, di riappropriarci di quella memoria collettiva che distrattamente e, a volte, noncuranti, ci siamo divertiti a dissipare. Non si tratta di andare a la recherche du temps perdu quanto di costruire uno spazio aperto dove chi vuole può contribuire liberamente ma con interventi, possibilmente non scontati né autocelebrativi, tesi al recupero della memoria collettiva e della nostra vera anima di castelbuonesi. Ma, soprattutto, uno spazio fruibile da parte di tutti, che permetta ai più giovani di sapere, ai meno giovani di ricordare, a tutti di tramandare.
Il primo contributo, domani, con la recensione del prof. Cancila del libro di Franco Lupo La Croce sul pane.

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