Quelli che hanno rubato la cultura dai libri

(Di Massimo Genchi) Domenica 1 marzo nella bella cornice della chiesa del Monte di Pietà, splendido edificio storico che non meritava di crollare e, soprattutto, di vedere demolito il proprio magnifico abside, costruito sui due archi ancora ben visibili in via Arcomonte, è stato presentato il dizionario dei toponimi di Castelbuono di cui io sono co-autore.
Sul palco, assieme agli autori e ai relatori, da un certo momento in poi, anche il sindaco di questo comune. E lì, le varie fazioni popolari, non hanno perso tempo ad assumere posizioni contrastanti sulla strana circostanza: qualcuno mi ha fatto notare: “non me lo sarei mai aspettato dopo tutto quello che vi siete detti”, qualche altro, forse con l’idea di contendere a Trump il premio Nobel per la pace: “Cci vulìeva ssa paci, u vidi, bbùonu facìstivi. A paci prima d’ogni cosa”. Infine, come se già questo non fosse di per sé sufficiente, pure qualcuno lesto a insinuare: “Se! Anu fattu finta di sciarriàrisi! Ma ora u sta vidiennu? Si stanu appattannu ppi pròssimi elezzioni”. Insomma: cu a vo cotta e cu a vo cruda.
Molto più semplicemente, è successo questo. Il Centro di Studi filologici e linguistici siciliani, autore del progetto di salvaguardia dei toponimi orali siciliani, ha chiesto a ogni comune presso il quale si è realizzata una opera simile, il patrocinio, consistente non in una erogazione di denaro ma semplicemente nel mettere a disposizione per la pubblicazione il logo municipale. Una volta tanto, un patrocinio senza soldi. Un accadimento non di tutti i giorni, detto senza mezzi termini. La prof. Castiglione, responsabile del progetto, ha chiesto la disponibilità del patrocinio al sindaco di Castelbuono, il quale, ha accettato con grande entusiasmo ma già tre secondi dopo si era reso disponibile ad arricchire la presentazione, con gli immancabili prodotti tipici. Le solite cose sue, insomma.
La prof. Castiglione, per correttezza istituzionale, doveva invitare il primo cittadino, ppi fforza. Io – figuratevi – ho accolto la notizia facendo poderosi salti di gioia e ancora satu! Sugli ormai immancabili prodotti tipici, fortunatamente, si è lasciata cadere la cosa. Ne abbiamo fatto volentieri a meno.

Ora, nel corso del breve, confuso e tormentato discorso del sindaco di domenica pomeriggio, per quanto egli lo abbia accuratamente relegato in un angolo del suo intervento, non è passato inosservato il suo velocissimo riferimento alla notorietà di studiosi degli autori del volume, né il valore in sé di questa ricerca toponomastica. E qui casca l’asino.
In quanto, a tal proposito, voglio ricordare – non a me stesso – come qualcuno suole retoricamente ripetere, ma a tutti voi, che in qualche modo seguite le vicende politiche locali, che io, co-autore di questo studio su Castelbuono, ma anche altri insegnati e intellettuali dissidenti del pensiero unico vigente in questo paese, solo per avere studiato, siamo stati pubblicamente e ripetutamente accusati dal medesimo signore che ricopre la carica di sindaco di Castelbuono, di avere rubato la cultura dai libri. Quindi, sostanzialmente, di essere dei ladri. Questa ammissione, questo poco visibile riconoscimento di domenica, seppur velato, seppure espresso obtorto collo, rivelato candidamente anche in privato ad altre persone che mi hanno riferito, a che pro? Cui prodest? Chinnicchennacchi? Ha forse cambiato idea, il sindaco? O quella infamante accusa venne fatta più volte sempre in maniera sporcamente strumentale? Lascio l’interrogativo a voi lettori e alla sua eventuale coscienza.

Tutti sanno, anche chi non era presente alla Chiesa del Monte, che la presentazione del libro sui toponimi di Castelbuono si è svolta alla presenza di un pubblico particolarmente numeroso. Ora, è prassi consolidata del sindaco di questo paese ricorrere ad atti di sciacallaggio quando si trova in difficoltà, facendo leva sulla sua smisurata disonestà intellettuale.
Quando si scontra con me, non avendo mai un milligrammo di argomenti da contrapporre, l’unica cosa che riesce a fare è cercare di costruire fantascientifici scenari caratteriali, di asocialità, di misantropia riguardanti la mia persona, postulando l’inesistenza di mie relazioni sociali con la comunità di Castelbuono, in ciò pedissequamente seguito da un sedicente capocomico la cui peculiarità è quella di non riuscire a fare ridere nessuno.

Domandina facile facile. La sala colma di domenica pomeriggio, in massima parte di castelbuonesi, il sindaco ritiene sia stata dovuta agli inesistenti rapporti miei con la comunità di Castelbuono? O invece è, come ha scritto di recente, “rivelatrice del mio rapporto con la comunità castelbuonese”? O, ancora, ritiene che quell’affluenza sia da mettere in relazione con la sua angelica e vaporosa apparizione sul palco della Chiesa del Monte?
Niente di tutto ciò. A quanto pare, tutta quella gente è intervenuta semplicemente nella speranza che il sindaco parlasse delle taciute percentuali di metalli e della presenza di inquinanti di ogni tipo nella sua acqua. Perché l’acqua è sua. I famosi e impietosi risultati delle analisi delle acque inquinate nascosti alla popolazione di Castelbuono


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