Racconto | A proposito di greenwashing: Milano Ventitrentanove (2039)

“Fantascienza della miseria. Miseria della fantascienza”

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(Di Francesco Di Garbo) – Ad un lustro o due avanti alla nostra epoca, nonostante le reiterate politiche Greenweek, Forum verdi, Climatechange, Ecosostenibilità etc. propinate dalle Istituzioni politiche al Governo d’ogni ordine e grado il clima, a Milano nello specifico, era diventato mostruosa mutazione ecologica tropicale.  Il Tropico del Cancro s’era stabilito nel Nord Europa, il mite Mediterraneo a Sud in Africa: un’inversione ad -U- dei proto negazionisti estrattivisti inquinanti ingenua e funesta.

Tutto ciò in quanto s’era avanti, quasi due lustri avanti. Milano era    d’un bel paio di lustri all’avanguardia rispetto a tutti gli altri, quantomeno in Italia. Essere più in là i primi della classe nell’anno 2039 con gli altri indietro al 2026 era un bel guadagno. “Vuoi mettere…!?”. Nelle classifiche mondiali si svettava quasi in cima, come se invece ch’essere in pianura Milano fosse sullo Stelvio. In queste graduatorie purtroppo coloro che abitano fuori dal buco della ciambella toponomastica non ci rientravano e non le notavano sulla loro pelle. Per essi la qualità della vita restava grama: a fatica arrivavano alla fine del mese e a volte lo dovevano accorciare. Ma Milano era avanti per chi viveva nel buco della ciambella, a discapito dei malcapitati ch’erano indietro.

Milano sale, sale in alto arriva in cielo. Sale Sala-to. Milano sale Sala-ta: costa cara. Costa un botto e un capo d’occhio. Un sacrificio apposito s’era diffuso in certi punti nevralgici del buco ciambellare: il salismo lo imponeva. Malvolentieri gli esclusi si dovevano immolare. Il salismo costava: un occhio, un rene, una pinna di fegato. Il conto di stare avanti nel 2039, in alto nelle classifiche era molto Sala-to. Sala-ta era la città con sale grosso grandinato con chicchi come albicocche. Milano in alto saliva salata pur essendo lontana dalla salsedine dei litorali.

Il salismo s’era ben radicato nel centro del ventre della città e desalinizzare nel 2039 (ventitrentanove) era complicato perché il clima era cambiato e pioveva Sala-to; cosicché Milano era avanti incrostata di sale. Il clima tropicale faceva boccheggiare, i condizionatori la tensione facevano saltare; blackout a macchia di leopardo erano “democratici”. Un po’ di refrigerio all’aperto essendo la città Sala-ta era difficile da trovare.

Ida e Lidia due amiche quasi ottuagenarie abitavano nello stesso palazzo sebbene in scale diverse, quindi per le urgenze il telefono usavano. Erano vetuste compagne di mille battaglie, accanite battagliere indomite pro verde nei lontani anni 20 (ventiventi), si facevano sentire contro lo scempio del consumo del suolo e del pochissimo verde in città. Ida in vestaglia svolazzante, il ventaglio in una mano e il telefono nell’altra, le cuffiette non le sopportava. A passo di tango ondivagava per il tinello e i piatti asciugava. Il cielo cupo, afoso tedioso opprimeva il respiro e Ida beccheggiava in moto ondulatorio, come il baricentro d’una nave sul moto ondoso. Nel bel mezzo del più e del meno disse:

“Allora Lidia dove andiamo quest’oggi. Al parco Nord o al Sempione?”. Chiese per il jogging serale. Erano le 18.00 e la canicola s’inaspriva invece che calare; la calura al clou della giornata l’aria quagliava. Lidia tappata in casa col deumidificatore acceso se ne stava squaquaranzata sulla ‘chesterina’ in pelle fresca climatizzata. Tuttavia ogni tanto prendeva un panno daino ghiacciato e la poltrona refrigerava per rinfrescare il lato -B- che sudacchiava. Con voce secca rispose.

“Ida cara… se vado fuori divento tutta appiccicosa. Sudo senza far niente. Dove vuoi che si vada con questo solleone? Ormai Milano è una giungla tropicale”. E in viso si rabbuiò.

Ida non aveva la chesterina refrigerata. Ma solo le pale del ventilatore che dal soffitto l’afa spezzavano; giravano ad elica come le giravano i marroni quando ai vecchi tempi per il verde lottava: il ventaglio non bastava. Quindi rincarò: “Ci vorrebbe un Fit Gym refrigerato dove fare jogging in santa pace”. Disse a Lidia.

La quale tranchant la interruppe e con salace sarcasmo osservò:

“Ah! quelli costano un botto di grano…”.

Ida era sovrappeso e ci teneva a rientrare in un fisico asciutto.

Infine optarono per la soluzione più facile, cioè di passare il tardopomeriggio per un Centro Commerciale dove poter fare due chiacchiere tra il viavai dei consumatori e il rumore dei neon surriscaldati. Una pletora di consumi e ‘consumati’ consumatori vi brulicavano, e le due furono sopraffatte-surclassate dal pleonastico imperio dell’usa e getta. Tutti gli in-salati si beavano per l’iperbolica enfasi volta a far credere che l’immagine della città è incommensurabile per attrarre attrarre attrarre nella bolla dorata fiumi e fiumi di overturismo d’accatto edulcorato con la ciliegina di maranza sguaiati. A tal proposito tra il marasma caotico di consumati consumatori ‘consumati’ per le spese compulsive e coi pochi soldi in tasca rimasti all’amica Lidia chiosò:

“La notte non riesco a dormire per il casino dei maranza ubriachi giù in strada; gridano come dannati e le voci arrivano in stanza da letto al quinto piano come se fossi in strada. Centinaia di giovinastri che fanno una cagnara come tanti cagnoli che sbraitano alla luna”. Disse trasecolata. Indi deglutì e la gola schiarì prima di continuare il disappunto esasperato: “E-Sala il latrare da latrina ringhioso del guaire lagnoso nel cluo della movida della Milano che beve. Nei capannelli a mazzi di fiori col bicchierone a mezz’asta bevono; in piedi affastellati col beverone raffazzonato bevono a fasci nei crocicchi in piazza o sui marciapiedi divenuti impraticabili per i pedoni in-salati. Esiliati, e-salati dai nuovi padroni del suolo pubblico dove assembrati come sardine sostano ostruendo il passaggio e costringendo i pedoni a scendere in strada dove passano le macchine”. Col fiatone alla gola Lidia tutto d’un fiato concluse l’autoreferenziale ramanzina. La chiusa era inoppugnabile e Ida fece spallucce commiserando l’amica giustificando così la fortuna di non abitare nel fulcro della malamovida.

Milano e-sala. E-Sala l’ultimo respiro meneghino della capitale morale. E-Sala il salismo del rito ambrosiano del saper fare della vocazione mediolana. Lo spirito calvinista è degenerato nell’individualismo sfrenato della rincorsa becera al dio denaro e col “salismo” tocca l’apice dell’anarchia immorale.

Che salga Sala e scende il verde non ha importanza. Sala sale in carriera e se Milano si depaupera di verde chissenefrega. Sala-ta è l’aria che si respira e per non soffocare la gente si rifugia nei ‘non luoghi’ dei centri commerciali, laddove il consumerismo predomina e vige l’ideologia capitalista del consumo ad oltranza. Il salismo, l’ambizione di salire in alto, è un pensiero corrosivo come la salsedine che corrode il ferro; il salismo corrode le menti Salate. C’è chi sale in alto mentre Milano resta Salaaa-ta.

Di questo dialogavano le due amiche sedute a rinfrescarsi nell’entrée del bar del centro commerciale.

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