Alla Portella del Pero non accade nulla

(Di Sandro Castiglia) – Il mio posto prediletto è un posto in cui non accade nulla. Non posso perdermi nulla in un posto in cui non accade nulla. Una casa parecchio dominante osserva la valle e tutte le valli a seguire, una casa che dall’alto della sua posizione scorge il mare e nitidamente qualche isola ancora più remota attraverso un canale visivo che si apre soltanto per lei, una casa che per via del suo stare è custodita dal cielo sopra la montagna come se fosse una memoria magnetica nella quale tutto è rimasto impresso come i sali d’argento nella fotografia. Sarebbe insensato, d’altronde, pensare che tutto quello che c’è stato almeno una volta non ci sia più.
Una volta, dietro la casa parecchio dominante, starnazzavano delle galline che non avevano contezza della precisione del momento, dei giorni prefissati, non veniva preannunciato loro alcun segno esteriore, non vedevano nulla nei comportamenti e nel paesaggio; chissà se consideravano quel vuoto come la più sconsolante rappresentazione del vuoto assoluto, la più struggente sensazione di abbandono. Non potevano sapere nulla di quel vecchio che ogni giorno portava loro gli scarti del giorno prima per avere in cambio delle uova. Le galline fanno le uova, quindi sono utili e necessarie, il cane no. Ora è un cane a custodire questo posto prediletto, un cane bianco come la luna che s’affaccia sulla terrazza sconfinata della notte per quelle strisce di terra sottili che la separano dal giorno, prima che la nebbia che nasce dalla coincidenza della temperatura della rugiada e della temperatura dell’aria si dissolva ed apra alla luminescenza del sole sempre prima che diluisca quel chiarore viscoso.
Il mio posto prediletto è un posto in cui non accade nulla e succede tutto.
Mi emoziona molto ritirarmi sia fisicamente che mentalmente in questo posto che considero il mio rifugio dal mondo, un punto che contiene tutti i punti, le virgole, gli esclamativi, gli interrogativi, le virgolette. Ripenso ad una poesia di Pierluigi Cappello, anche io ho il mio centro delle cose, il punto più profondo. Senza emozione non si fissa nulla nella memoria: l’orto del vecchio, il pane della vecchia, i racconti della mistica del casolare vicino, i giri col signore baffuto in bicicletta, l’inseguimento al gregge visconteo, l’infornata di pizza della signora possente e sorridente di un altro casolare vicino, il signore e la signora giù a valle dall’altro lato dello stradone seduti sulle sedie del loro piano di casa a scrutare gli ulivi.
“Costruire una capanna
di sassi rami foglie
un cuore di parole
qui, lontani dal mondo
al centro delle cose,
nel punto più profondo.”
Il passato è la mia terra maestra, ed è per questo che esiste il futuro che riesco a vedere dall’alto di questa casa parecchio dominante. Adesso. Nel presente, che è tutto ciò che ho, di cui dispongo. Oltre al privilegio di poter camminare questo posto. Le emozioni vanno più lente, si mettono in moto separate e spostate rispetto agli avvenimenti, attorno e affianco, come se fossero un alone che non riesco a percepire bene. Vedo cose sparse per la valle, luci deboli sulle collinette, e dalla terrazza la luminescenza del paesello riverberata nel cielo come una macchia: nel paesaggio notturno adeguo ogni luce ad ogni sentimento. Qui e soltanto qui, la luce non illumina il paesaggio, né i miei sentimenti, qui la luce è l’azione stessa, come se non illuminasse il mio movimento ma tuttavia lo richiedesse. Ogni luce è una domanda e una risposta. Se devo dire con esattezza di questo tipo di luce al tramonto devo dire soprattutto della sua consistenza, del suo rilievo, e della sua densità sulla pelle del viso.
Il tempo esterno rimane fermo e quello interno alla visione di una storia non va da nessuna parte, né avanti né di lato ma dovunque a nutrire lo spazio, e dallo spazio la scomparsa non avviene perché le cose si vedono ancora, diventano immaginazione e richiesta non di movimenti del corpo ma di movimenti sentimentali. Quando sono qua il tempo mi sembra sia eterno perché eterna è l’insensata profondità dell’anima; il tempo non è la numerazione che si muove dal prima al dopo, ma è proprio – appartiene – di quella profondità dell’anima che ne garantisce semmai la numerazione. E allora lo spazio, che esiste mediante corpi celesti, umani, ed energia trattenuta e rimessa in giro.
Da questo grande stradone passavano più persone. In tutto questo paesaggio che muta da sempre ma che è fondamentalmente immutabile, non v’è nessuna probabilità di uno stato di alterazione della quiete; forse la probabilità è una grande forma di rispetto per ciò che accade, vicino fino alla sua coincidenza eppure separata. Non è la pignoleria dell’accadere, quello è un restringimento del campo visivo, né la perfezione che ne è il suo allargamento. La precisione è un momento di stupore che tollera esagerazione ed imprecisione perché deve affermare qualcosa.
Nel salone d’ingresso della casa parecchio dominante v’è stata la foto di un vecchio che sembrava il capo indiano di questa riserva siciliana. Sarà stato lui il precursore di questo sogno tramandato almeno più di cento anni fa, da almeno più di un secolo attraverso sognatori che lo hanno ricevuto, lo hanno curato, e lo hanno poi donato a chi arrivava qua e non se ne andava mai? La luce col tempo pareggia tutto, cancella l’impronta dei quadri, rende la stoffa e le pareti indefinitamente gialle.
Questo posto è il sogno ad occhi aperti che faccio da sempre. Ogni cosa cerca il suo ritmo naturale, come il respiro, e alcuni punti di fantasia e di attenzione formano ancora il mio spirito, la sua forza, il suo spessore, stabilendo un’intensità poco alla volta senza stabilirla definitivamente, un’intensità che deve divenire. Per prendere tempo ci sono cose di cui posso seguire il movimento. C’è una linea di demarcazione che attraversa ogni cosa, tutte le cose, ed è il tempo, cioè la memoria. Quando passo da ciò che vedo mentalmente a ciò che ho visto con gli occhi entro nella profondità di una materia nella quale le dimensioni non sono più enumerabili, ma sono sconosciute, invisibili, così corte su loro stesse, così curve, così veloci, così instabili, che la parola spazio si spacca, implode, si disintegra. Per tutto ciò che sento non esiste immagine. Vedere mi sembra soltanto spostare un po’ più in là da qua la soglia del non visibile.


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