BIBÌ, DODÒ, BUBÙ. BIBIDODIBÙ! Racconto di F. Di Garbo

Tempo di lettura 8/10 minuti

(Di Francesco Di Garbo) – Si buttò a pesce nel letto sapendo già di non riuscire a prendere sonno, (aveva la gobba del cammello gonfia). Per l’ennesima infinitesima notte si sarebbe messo a rimuginare e a ripensare in maniera ossessiva senza riuscire a frenare i suoi pensieri convulsi. Se avesse saputo (non lo sapeva fare) descrivere il suo stato, avrebbe realizzato ch’era pari a quello d’un criceto dentro la ruota.

Da diverso tempo ormai viveva in un inesauribile loop mentale, tanto da apparire dall’aspetto emaciato col colorito pallido e le occhiaie che segnavano-segavano inesorabilmente il suo volto.

Nonostante avesse dato ordini alla sua colf di preparare il letto con le lenzuola di raso riposte nell’armadio, trovava che quel letto fosse un sudario intriso di sangue vivo.

La sua anima stropicciata e offesa rischiava di collassare abbandonandolo su un manto di rovi, dove la sua pelle incartapecorita piuttosto che distendersi si sarebbe irrigidita bestialmente in malo modo come un formichiere spinoso.

Un crampo maledetto lo fece alzare di scatto, imprecò contro tutti quelli che lo detestavano. Al buio non vide i gemelli dei polsini buttati a destra e a manca, tanto che uno gli si conficcò a pungiglione sotto un tallone. Ebbe un male boia, strozzò un ruggito acuto.

Corse in bagno a disinfettare la ferita cagionata, si umettò di alcol denaturato soffocando un urlo sguaiato. Soffriva maledettamente, sapeva di trovarsi in un orrido cul de sac ma non si rassegnava, perché nel suo cuore non c’era posto per la sconfitta.

Mai! Gridò a denti stretti. Mai! Mai! Mentre il respiro diveniva ansimante fuori controllo. Un povero diavolo, un uomo maledetto.

La sua vita era stata sempre costellata da eventi di basso profilo politico con epiloghi nefasti; attorniato da gente, ed era tanta, che per lui nutriva solo odio.

Era un uomo di potere ed esercitava questo ruolo nel modo più bieco, malevolo, aggressivo, ostile, cupo. Ritornò a letto e continuò la sua privata battaglia contro le lenzuola attorcigliate come quelle d’un detenuto che si cala in fuga da se stesso più che dagli altri. Bisognava sparigliare le carte. Ci voleva qualcosa di radicale: tipo una pulizia totale. Trattamento disinfestante, decorticante, derattizzante dalle blatte esiziali. Eseguito in modo esentato discolpato. Le indicò là fuori col dito mignolo. La soluzione alla fine la trovò da marpione navigato.

L’aveva pensata, l’aveva concepita, l’aveva generata in quella notte insonne di tregenda psichica fibrillazione mentale, e lupi mannari ululanti in giro per il paese. Spasmi e rigurgiti, allucinazioni e deliri lo capovolgevano arrotato solo soletto nel talamo di spine bitorzoluto: schiumava furore. Ovviamente s’era stancato di contare le pecore dovendo ad ogni cento (oltre non sapeva andare) ricominciare da zero; ed erano sempre le stesse. Un implacabile rimuginare dal bisbiglio mentale in loop, che risaliva dal ventriglio biforcuto. Bibidodibù aveva il ventriglio double face, bipartito bipartisan, bifronte: era come il dio Giano. Da un lato ruminava/biascicava dall’altro ringhiava sguaiato brandendo la clava del potere.

Ruminava l’enigma e contava le pecore, l’enigma si palesava irrisolvibile le pecore dilaniate dai lupi mannari. Con gli occhi spalancati spiritati fissava il chiodo, punto nero indelebile: introspezione cocente. Il chiodo era lì nel soffitto dove allucinazioni dipanavano immagini cruente, stragi innocenti che gli causavano crampi e fuochi allo stomaco; gaviscon e biochetasi a iosa svuotati giacevano per terra e sul comodino. Le orecchie tese ai rumori esterni scambiati per interni e viceversa, restava immobile, contorto fetale, imbambolato con cinico ardore come una mammoletta piena di furore.

“Prima o poi verrà, l’idea affiorerà, l’epifania si manifesterà”. Si diceva Bibidodibù contorto tra le lenzuola di lino raso. “Ci sono quasi vicino, lo sento”. Si sentiva sicuro di sé, lo era sempre stato e le circostanze gli avevano dato a suo parere ragione. La quale cosa l’aveva persuaso d’essere infallibile-imbattibile, parliamo di politica ovvio; seppure la politica teatrale, competitiva, elettoralistica. Cioè dove l’arte della retorica persuasiva è l’unica cosa che conta in quanto permette la costruzione del consenso, la formazione del cerchio magico e il tifo dei fans. Parlare è arte agevole, lieve, non ci vuole granché a mettere su quattro parole. La cognizione di causa? Altro paio di maniche.

Smaniando e lambiccando tra una pecora e l’altra, un rivolgimento da un lato e uno sbruffo da toro alla gogna dall’altro. All’improvviso l’idea gli venne ed era: “Ottima idea!”. Si disse a tutto tondo alzando le braccia al cielo. Gli occhi gli si infiammarono, s’accecarono al soffitto alla vista di bambini emaciati-denutriti. Come in uno schermo gigante vide scorrere le immagini da incubo di pecorelle sbranate nella tempesta desolante tra ruderi e rovine, ovunque l’occhio della telecamera girasse. Allucinato si sentiva attorniato da fantasmi ricorrenti assillanti che gli mettevano i bastoni fra le ruote contro il suo se stesso quieto vivere unilaterale-totalitario. Fantasmi deliranti che lo psicologo dopo lunghe sedute non era riuscito a “stracquare[1]”; si trovava costipato incapace d’espellere le deiezioni dal vano cavo metabolizzate, nonostante litri di manna inoculati. Quei miliardi di strali piovuti addosso rimanevano appiccicati a Bibidodibù inossidabili, che lui, nella sua vanagloria irredimibile, avrebbe voluto vivamente esiliare, ostracizzare, renderli apolidi ininfluenti. “Subumani! Sì, subumani!”. Pensava.

Allora l’ideona per salvare capra e cavoli, rendere giustizia alle pecore dilaniate fu: “La pulizia totale dei lupi mannari dalla striscia, tanto subumani sono”. L’idea era lì in mente a lui nel soffitto, egli ammirava-fissava il suo delirio. S’illudeva che questa fosse l’unica soluzione finale alla vanità compulsiva d’evadere dall’insonnia, che se lo rosicava come novello Prometeo incatenato a contare le pecore, e raggiungere la via d’uscita dall’impasse che lo attanagliava. La soluzione era lì implementata ferrea nella sua mente al soffitto.

Il rovello pure: “Questi stramaledetti lupi mannari, molesti stalker da ingabbiare, fucilare, e farli morire d’inedia”. Indefessa la litania prorompeva. E rincarava: “Disdetta maledetta dover aver a che fare con questi “ngajjacani[2]” strafottenti che si mettono di traverso”. Se li ritrovava incubati ogni notte questi piccoletti diavoletti incalzanti pungolanti col tridente aguzzo fin sotto il letto.

“Cazzo che marea montante!”. Realizzò all’improvviso cadendo dal pero, come pera cotta color marrone. “Alta marea debordante, e siamo pure in estate. Mare piatto pacifico una tavola. Pensa un po’ se fossimo d’inverno col mare forza nove dove arriverebbe il moto ondoso”. Chiuse gli occhi, si stancò. Si passò la mano sulla fronte madida, e meditabondo in quell’istante s’accese la luce. Epifania d’una di quelle genialate che spesso gli venivano in questi casi: “Riviera Netrump Mar-a-Gaza, ideò”. Già si vedeva all’ombra del bungalow a girarsi i pollici in totale relax.

“Ci vuole una riunione impellente-urgente del Secret Cabinet per discutere l’ideona”. Si disse in sé e per sé stesso. Finora il S.C. s’era riunito poche volte per bagattelle di pura formalità: -Per via dell’Onu, per la soppressione della cittadinanza a Mussolini, per la  Corte Internazionale di Giustizia, per la questione della fontana di San Paolo. Poi la pulizia etnica, l’inedia, gli spari sopra, il comizio, anzi i comizi. E nulla più.

Convocato dunque all’istante il S.C. con codice segreto nella chat segreta.

Il barman è sicuro, affidato-asseverato, appropinquato e catechizzato dai capelli alle unghia dei piedi. Messo al corrente di ciò che bolle in pentola: “un pass a chi chiede un caffè ristretto”. Domanda: “L’adunanza è secret”.

Risposta: “Il cabinet è stretto”.

Chiosa finale: “Per queste scale si va nella camera oscura”.

Riunione nella camera oscura, isolata, coibentata, a prova d’ogni infiltrazione esterna: a prova di sosia. L’esistenza della camera oscura è segreta e nessuno ne sa niente, eccetto “i quattro da’ maidda[3]. Che tenuti per le palle non possono spifferare alcunché. La camera era buia pesto e si vedevano solo ombre di profilo bidimensionali. Solo lui aveva degli infrarossi lenti a contatto invisibili agli altri.

Nella camera oscura si sviluppavano fotografie bianco e nero, alcune iconiche altre simboliche. L’icona del Leader e il simbolo del Paese si sviluppavano in parallelo congiunte all’unisono, come se Paese e Leader fossero state la stessa cosa, nessuna esclusa: comandante e comandato. Con enorme arroganza dissimulava entrambe le parti: aggressore/aggredito; sindaco/potestà.

La trojka armata del fesso, “punciuta[4]-mafiusa” si riuniva nel S.C. ad ordire cruente scorciatoie per la terra promessa: dal fiume Eufrate al mar Mediterraneo. E pure da “Vicarietto a Quattro Finaite”[5]. Sadica impenitente sotto le mentite spoglie del S.C. col mantra del terrorismo sedimento da fogna inculcato con l’attack nei neuroni perversi. Messe le lampade abbronzanti ultraviolette schermate a terra la trojka sognava la riviera di Gaza deluxe e il “Milocca”[6] per anziani. Eccoli imperterriti volti a deliberare l’assalto finale ai dannati della terra. Sogghignanti e sghignazzanti si battono il cinque per il business ad-venire, come baby calciatori dopo un gol.

Ninì, Dodò, Bubù, (Bibi-dodi-bù) i tre convocati con la pistola fumante in mano non fecero i conti col convitato di pietra che li guardava. Osservava la crudeltà che li avviluppava, v’erano immersi fin sopra i capelli. L’empietà con cui sgraffignavano i loro scellerati affari a danno di innocenti martoriati.

“Houston abbiamo un problema. Tutto il mondo è contrario al massacro, la marea montante ci assale. Che possiamo fare?”.

“Lo vediamo bene”. Rispose Houston. “Nessuno crede più alle fanfaronate che recitate”. Houston si consultò con Washington, si schiarì la gola con un bel sorso di whiskey e aggiunse: “Noi vi tuteliamo a spada tratta finché possiamo…”. Sibillino come sempre lo zio Tom chiuse la chiamata.

Nella camera oscura C.S. Bibì prese la parola: “Bisogna avere il controllo totale. Un lavoro fatto perbene. Non ci può essere scampo”. Disse con tono imperativo Ninì-Bibì. Egli è un “Tuttofatto”, ha la verve disinvolta di chi fa tutto.

“Hai mano libera di ripulire la striscia dai terroristi (ecco il mantra che viene fuori) e ci facciamo un’esclusiva super lussuosa Cote Azur”. Avallò Dodò il “Tuttofare” che voleva sistemare il mondo a modo suo: Azur d’oltremare.

Bubù il guerracazzista col petto decorato di stelline e spillette, nastrini e mostrini (nel senso letterale di piccoli mostri) si sfregava le mani per l’ottimo lavoro di strage-genocidio, stage fatto e da completare. Ingenuamente chiese: “Ma come faremo a distinguere i terroristi dai civili?”. Per il lavoro sporco sul campo fu definito “Eccofatto”.

Ninì-Bibì che si poneva come un Armand Amaury ante litteram di botto repentino rispose: “Ammazzateli tutti! Allah saprà riconoscere i suoi”. Perentorio dal tono enfatico, il “Tuttofatto” (fatto di ché? Non si sa. Fatto sì, però). Delirava e si credeva in Crociata contro gli eretici Albigesi.

Non comprendendo essendo duro di comprendonio che la Crociata contro Hamas nel XXI secolo è prerogativa dei sionisti ebrei e i loro mandatari mallevadori, e non di un cistercense legato pontificio.

Il convitato di pietra, un Cherubino, che nascosto osservava dall’alto aveva l’aria mesta avvilita, il viso compunto per tutte le menzogne che gli toccava sentire. Prendeva nota per il Giudizio Universale schedando come malvagi la trojka assassina. Non interveniva in quanto impotente negli affari mondani degli (in)umani; mentitori patentati come i peggiori cerretani.

La camera oscura era chiara. Ai ferri corti vennero Tuttofatto Vs Eccofatto. Duello all’Ok Corral in un mezzogiorno di fuoco. Eccofatto la spara lunga, Tuttofare miccia corta. Torvi in cagnesco pronti al fuoco. Nella disputa, furtivo di straforo, tra i due contendenti s’introdusse Tuttofare. Sosteneva che tra Tuttofatto ed Eccofatto c’erano tante cose che non quadravano; ce n’erano ancora molte da sistemare nonostante gli annunci. Tuttofare sparigliava le carte e metteva a nudo la baldanza sbandierata da Tuttofatto che si trincerava dietro Eccofatto. Eccofatto non potendone più di fare da parafulmine lo sfidò sostenendo che il Fatto era lo stesso Fatto né più né meno di quello precedente: alla fine della fiera era una pluridecennale reiterazione di Stessofatto-Eccofatto-Tuttofare.

Le foto bianco e nero mostravano chiaramente che la camera oscura non era chiara. Anzi tutto era fatto al buio e all’opinione pubblica trapelava solo l’embedded (notizie eterodirette). Ombre nere serpeggiavano per il paese e i colori sbandierati erano mera illusione propalata come fumo caliginoso negli occhi.

Si partì in quarta subito all’attacco: “Ah tu! Avevi detto… e se l’hai detto, ribadito, ripetuto ne eri arcisicuro con la tua classica espressione fisiognomica sicumera. Hai detto che questi scalzacani senza spessore politico si sarebbero squagliati all’indomani del casus-belli, sciolti in mille rivoli polverizzati”. Eccofatto guardò Tuttofatto in tralice, deglutì e si schiarì la gola prima di proseguire infervorato. “E ora eccoli qua vivi e vegeti che ci fanno il capello in quattro. Anvedi come sono in enorme crescita. Come la mettiamo?”. L’appunto mugugnava appuntito il dito nella piaga. Tuttofare se la rideva sotto i baffi.

Contrattacco di Tuttofatto: “E ne sono ancora convinto più che mai. Noi vinceremo le prossime elezioni, trionferemo la guerra a mani basse”. Rispose tronfio di sicumera. Lo disse errando alla deriva senza un appiglio solido lì vicino nemmeno un’alga a tiro, Tuttofatto si appigliava all’acqua. A quel liquido ineffabile-inafferrabile per trovarvi un pelo di conforto. Troppe menzogne per restare a galla. Nella riunione la situazione si fece complicata e insostenibile del tipo: “Un gentiluomo in mare” scivolato con incuria negligente dalla nave mentre baldanzoso teneva il timone con una mano e un’onda anomala lo colse e ai pescecani lo regalò.

“Per liberarci dal genocidio stiamo effettuando un altro genocidio”. Furono le ultime parole famose.

Ascoso nell’angolo dietro il filo per asciugare i negativi il Cherubino con l’afflato diafano efficiente rimuginava sul silente-insolente horror vacui.

“Alla fine l’hanno fatto il Golem, travisato ritorto mastodonte bellico. Hanno inondato il sacro suolo di sangue umano. Lo camuffano. Mentono! Antropoidi “cca scorcia[7]”! Hanno trasmutato la luce in buio. Certo bastava una bombetta atomica per la tabula rasa. Mentitori seriali! La pagheranno cara: una rivoluzione monta all’orizzonte. Insipienti se ne pentiranno! Si reputano democratici ante litteram. La migliore democrazia al mondo. S’arrogano il diritto, la tracotanza di non volere essere giudicati dal diritto per le nefandezze che compiono. Ma se la Democrazia è fondata sui tre pilastri dello “Spirito delle Leggi” di Montesquieu, (legislativo, esecutivo, giudiziario) se viene a mancare il terzo pilastro, quello Giudiziario, non si può affatto considerare di Democrazia. La Democrazia non esiste più!”. E disgustato di cotanto ribrezzo provato e costernato volò via.


[1]Scacciare via. Rimuovere.

[2]Accalappiacani.

[3]Della Madia. Attrezzo dove si impasta la farina per il pane. Quattro persone intente ad impastare.

[4]Atto d’affiliazione mafiosa. Si punge con un ago il neofita, neoaffiliato, come atto di giuramento all’onorata società.

[5]Estensione del territorio di Castelbuono da Sud Est a Nord Ovest. Da Vicaretto a Quattro Confini (quattro paesi limitrofi).

[6]Colle della catena montuosa delle Madonie, nei pressi di Castelbuono (PA).

[7]Con la scorza. Idiomatico, si dice di chi ha un modo di fare in certe situazioni molto marcato, congenito nel Dna.

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