Cara Sicilia, a te sola

(Di Sandro Castiglia) – Nascere in un’isola, in una terra alimentata dal fuoco ed ospite dell’acqua, circondata soltanto dal riflesso di quei cieli dai quali i poeti sono sempre stati tormentati, mossi da una sete di amore mistico, in una terra contaminata da culture millenarie e saperi primordiali, vuol dire essere temporaneamente eterni, rende nulla la commistione tra gli elementi apparentemente contraddittori con cui i presocratici provavano a descrivere l’origine del mondo, e tutto rimane una cosa, l’esistenza isolana si svolge in una sola cosa.
Accadere dalle tue viscere affida chiunque succede alla dualità, a due respiri, della violenza il primo e della tenerezza il secondo. Maledizione e benedizione, incanto e nostalgia: operare è compito del mistero. Qual è la linea che distingue il mare dal cielo, la terra dalle montagne, la realtà dall’immaginazione? Dove si trovano le giustificazioni concettuali per ciò che definiamo paesaggio, come si spiega il fenomeno ottico attraverso cui ritagliamo alcuni spazi con criteri estetici che in realtà non hanno nessun correlato ontologico? C’è una linea che ci distingue dall’isola?
La Sicilia, quindi, avviene nelle curiosità del mistero, si cerca in esse qualcos’altro di là dalle apparenze, le quali sembrano contenere ed esprimere un po’ dell’inafferrabile celeste, di quel fascino indecifrabile. È quel fascino a muoverci dalla nascita, a farsi inseguire nella falsa promessa di un ricongiungimento, a condurci dietro tutte le sorprese della bellezza che pare contenere un pensiero, nell’infinito dello sguardo che è semplicemente una sfumatura dell’iride, nella seduzione di un vento nato dalle pieghe dei mari che la sbranano e la coccolano, o dagli echi ancestrali delle catene montuose che ne custodiscono l’essenza con attenzione e poesia, nella grazia del movimento fortuito e dell’armonia della forma.
La Sicilia è il luogo del diritto allo stare. Un diritto naturale che, tra timori e tremori, richiama all’essenzialità dell’esistenza. Il diritto ai contrasti, alla contaminazione, senza nessuna via di mezzo, senza compromesso alcuno, inculcando l’idea del perenne movimento perché attorno e sopra non v’è nulla, soltanto il mare e il cielo. Il diritto al confine per coltivare il seme dell’ospitalità e della fratellanza. Il diritto all’equilibrio, che si compie nella tenerezza del sentimento o nella violenza del sentimento, che non può nutrirsi dell’incapacità della scelta, cercata o subita. Il diritto ai colori che proviene dal bianco o dal nero, dalla volontà di autoaffermazione, non dal grigio. Il diritto all’immaginazione: tutto quello che può accadere accadrà, tuttavia quello che accade altrove e dovunque, in Sicilia è già accaduto.
Nel diritto allo stare, essere isolani diventa un patto tacito con tutta questa bellezza, con questo principio del terribile, ed implica il non infrangerlo il mistero, piuttosto viaggiare e vagare dentro esso senza alcuna ragione, che al contrario diventa un viaggio per non vedere che la ragione la trova; la ragione, probabilmente, sta nel non trovare nulla, lasciandosi trasportare dall’esserci tra una corrente araba e un’altra africana. La Sicilia è nella testa, si può non vederne né saperne nulla, né scinderne il prisma dei significati ancestrali, e quel nulla può bastare. La Sicilia è soltanto un’idea, anche una dea. Nascere nel fuoco del mare, attraversare un miraggio sciamanico e robusto dalle radici rocciosamente acquatiche. Questa è la Sicilia, terra dello scompiglio e della conferma, terra del nucleo e del cruccio esistenziale, il cui accadere in essa non è una epifania quanto un’evocazione medianica. Il mistero della nascita conduce lo sguardo nell’immediato, lasciandolo poi a cercare il senso più remoto, per strade foriere di sensazioni e impressioni. La contemplazione tipica da ogni prospettiva, la descrizione minuziosa, lo sguardo tattile che indugia su ogni incavo della luce che viene fuori da questo prisma di raggi luminosi e su tutta la profondità del buio, dona corpo vivo alla condizione, e del sentimento ne fa quasi un’opera di devozione.
Ogni volta che si scrive della nascita, dell’origine, altro non si fa che tornare al luogo in cui si è infiammata la scintilla, un luogo dal quale il racconto diventa odissea. Il romanzo ci rivelerà tutta la verità, soltanto al prezzo di rinunciare alla nostra integrità: non saremo mai più una cosa diversa dall’isola che ci ha generati, e il mondo dietro resterà visibile soltanto come sogno o allucinazione. La nascita potrà acquistare una credenza soltanto nella ricomposizione artistica, modulata dal ritmo di un desiderio il cui sottofondo sonoro è il mondo mediterraneo.
Sognammo di arrivare sull’isola come meta finale di un pellegrinaggio primordiale ed inconsapevole volto a rintracciare la scintilla che diede il là al sogno, la luce del perché, e vivemmo pensando di stare ancora sognando. Non vi fu mai alcuna linea che separò realtà e immaginazione.

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