Costruzione e crollo della Cupola, e altre note storiche sulla Matrice Nuova (1602-1900)

I campanili della cattedrale di
Castelbuono, goffi, come sono,
e pesanti, sebben puntellati,
minacciano ancora rovina.

D. Scinà, Rapporto del viaggio alle Madonie

Pubblichiamo l’importantissimo studio dell’Arch. Rosario Polisi sulla Matrice Nuova, apparso in due puntate sul periodico Le Madonie (numeri del 15 febbraio e 1 marzo 1992), che si inquadrava nel progetto di consolidamento statico e di restauro e prevedeva anche la ricostruzione della cupola, crollata assieme ai campanili e a gran parte della chiesa, a seguito dello sciame sismico del 1819-20.

La cupola, come si sa, non fu più ricostruita. In compenso, ci è stato restituito un prospetto assai discutibile, dai cromatismi storicamente falsi, oltre che di pessimo gusto e fattura.


(Di Rosario Polisi) – Nel giugno del 1602 viene posta la prima pietra della “Fabbrica della Nuova Maggiore Chiesa di questa Città” di Castelbuono il cui travagliato cantiere si protrarrà per quasi tre secoli.

La Nuova Matrice sorse su un’area periferica a sud del centro abitato cinquecentesco, in una zona di orti e di stalle compresa tra il quartiere Terravecchia e l’orto del Convento dei Frati Minori Conventuali.           

Non si ha notizia di chi ed in quale sede abbia concepito e sostenuto (o imposto) il felice progetto architettonico-urbanistico di fare coincidere l’asse longitudinale della nuova Chiesa con la linea ideale che congiungeva i maggiori edifici del tempo: il Castello dei Ventimiglia, la Matrice (da allora chiamata Vecchia) ed il Complesso Conventuale di S.Francesco. In tal modo, rinunciando alla canonica disposizione est-ovest, si poneva la nuova emergenza architettonica, con la sua facciata, i suoi campanili e la sua cupola alta oltre 40 metri, a fronteggiare la massima emergenza dell’imponente palazzo-fortezza dei Principi di Castelbuono. (Fig. 1).

Il rigore geometrico della giacitura della fabbrica rispetto ai riferimenti anzidetti ed i problemi che si dovettero certamente affrontare per gli espropri e le demolizioni necessari alla fedele realizzazione del progetto, fanno pensare che la nuova Chiesa doveva far parte, almeno nell’idea originaria, di un ambizioso nuovo disegno urbanistico della città che prevedeva il prolungamento dell’attuale via S.Anna sventrando i vicoli del quartiere Terravecchia fino alla nuova Matrice. Si sarebbe così realizzato un asse viario che, sulla scorta delle trasformazioni urbanistiche cinquecentesche di altre città siciliane ed europee (la via Maqueda di Palermo per esempio), tagliava longitudinalmente l’intero centro urbano, collegando i due maggiori edifici: il Castello dei Ventimiglia a nord e la nuova Chiesa Madre a sud (Fig. 2).

L’ipotesi di un nuovo piano regolatore di cui la nuova Madrice doveva far parte può trovare elementi di conferma negli eventi della seconda metà del XVI sec. che testimoniano come Castelbuono stava attraversando un periodo di grande espansione urbana, politica ed economica:

– tra il 1577 ed il 1588 avviene l’insediamento dei Padri Cappuccini, dei Padri Domenicani e dei Frati Minori Osservanti, oltre al potenziamento del Convento dei Frati Minori Conventuali; i nuovi conventi, tutti edificati fuori del centro abitato, costituirono la testa di ponte dell’espansione urbana dei secoli successivi;

– nel 1595 viene concesso ai Ventimiglia il privilegio del “Principato” e Castelbuono, che raggiunge i 4.500 abitanti, acquista un ruolo dominante tra gli altri insediamenti delle Madonie;

– si sanciscono i “Capitoli dell’Università di Castelbuono” mentre fioriscono le Accademie letterarie e le attività teatrali ed accademiche;

– infine è documentato che nella seconda metà del XVI sec. operava in Castelbuono l’architetto lombardo Bernardino Lima (Lavorò alla ricostruzione del Duomo di Enna con l’architetto Salemi di scuola michelangiolesca) che vi morì dieci anni prima dell’inizio dei lavori della Madrice Nuova. Non si ha notizia di sue grandi opere realizzate a Castelbuono, quindi si può supporre che abbia lavorato ad un progetto successivamente realizzato da altri (Matrice Nuova?) o mai realizzato per il mutare delle condizioni economico-politiche che lo avevano promosso (trasformazioni urbanistiche?).

La costruzione della Chiesa procedette con grande lentezza (Nei cantoni del transetto sono incise alcune date sulle fasi di costruzione che vanno dal 1608 al 1774; nel 1789 viene completata la copertura) e solo a cento anni dalla posa della prima pietra la Nuova Madrice venne aperta al culto anche se ancora incompleta (1702). La difficoltà a reperire le ingenti somme necessarie per il completamento inducono i “Maestri Giurati della Città” a donare alla costruenda Chiesa il feudo comunale di Monticelli per “…perfezionare la suddetta fabbrica e la manutenzione di essa Matrice”.

Il 19 ottobre 1717 avvenne la solenne consacrazione con dedica alla S.S. Natività di Maria Vergine. In quella data doveva presentarsi completa in tutte le sue parti comprese le decorazioni interne. Vito Amico la descrive “sostenuta da colonne, ampia, elegante, ornata di cupola secondo le regole d’arte e di pronao”. (Dizionario Topografico della Sicilia – 1757)

Nella seconda metà del secolo si costruiscono sul lato est la Sacrestia e la Casa Collaterale a servizio dei Predicatori e, sul lato ovest, la Cappella del SS. Crocifisso con gli altri corpi bassi.

Ben presto la cupola cominciò però a creare notevoli problemi ai Maestri locali, tant’è che tra il 1742 e il 1773 furono eseguiti più interventi di riparazione al cupolino e si rifece il rivestimento esterno in mattoni stagnati dell’intera cupola. Riparazioni che comunque non risolsero i problemi (forse strutturali), se nel 1791 si decise di “...foderarsi la cubola di questa nostra madre Chiesa di piangi di piombo…“.

Il rimedio si rivelò peggiore del male perché l’aumento di peso causato dalle lastre di piombo dovette comprometterne l’assetto strutturale e appena 15 anni dopo (1800) si pervenne alla decisione di sostituire il rivestimento della cupola con mattoni stagnati a squame di pesce di colore giallo e blu fatti costruire da una fabbrica napoletana e, nel contempo, alleggerire le strutture introducendo l’uso di pietra pomice e carbone fossile.

La lucentezza delle mattonelle smaltate, di cui ci pervengono alcuni esemplari, ispirò la strofa di un poeta Castelbuonese che testimonia anche l’orgoglio per un’opera unica nel circondario:

La Cupola brillanti

Lu specchiu di tri paisa [Pollina, Geraci e S. Mauro]

taliala fistanti

la ‘nvidia crepa e ‘jsa.

I problemi sulle condizioni statiche della nuova Madrice non erano limitati alla sola cupola, segno che l’opera era stata realizzata in grande economia e senza una direzione tecnica adeguata.

Fin dal 1733 erano in atto dissesti nella facciata per il cui consolidamento, dopo l’esecuzione di insufficienti opere di rinforzo, furono incaricati i Capi Maestri dello Stato e Marchesato di Geraci per “vedere ed osservare il pericolo che esiste nell’affacciata della Matrice Chiesa“. Nel 1752, con l’aggravarsi dei dissesti, temendo per la pubblica incolumità, venne affidato a due Capi Maestri palermitani l’appalto per “riparo e fabbrica dell’affacciata“: un nuovo inutile intervento che non eliminò le cause dei cedimenti strutturali (probabilmente in fondazione).

Dopo mezzo secolo di perizie, consulenze e consulti da parte di tecnici locali e del circondario, si perenne alla decisione di costruire due campanili sulla facciata principale con la duplice funzione di creare dei contrafforti sul lato settentrionale e dare una ridefinizione architettonica del prospetto danneggiato dalle riparazioni e dai rifacimenti. Il progetto, redatto dall’ing. D. G. Durante, prevedeva anche la realizzazione di un loggiato con balaustra e vasi artisticamente lavorati.

I lavori iniziarono nel giugno del 1800, dopo sei anni si collocano i “grastoni” di terracotta e nel 1818 venne sistemato su uno dei campanili l’orologio che era stato sul Palazzo di Città.

Dopo 216 anni di lavoro la Nuova Madrice poteva considerarsi completata anche se doveva apparire ben diversa dal progetto concepito due secoli e mezzo prima (Fig. 3).

FIG. 3 Ricostruzione ipotetica della chiesa prima del crollo del 1820

Il 25 febbraio 1819 una violenta scossa tellurica danneggiò gravemente i due nuovi campanili (Lo stesso sisma che recò gravi danni al Castello dei Ventimiglia determinando la demolizione dell’ultima elevazione, il rifacimento di alcune parti di strutture murarie e la realizzazione delle opere di rinforzo esterne). Gli ingegneri e capo mastri, chiamati per predisporre i provvedimenti del caso, si divisero tra sostenitori della demolizione delle parti fortemente lesionate e fautori del loro recupero mediante l’ancoraggio dei campanili con catene di ferro alla navata principale per impedirne il crollo. Nella disputa vinsero i secondi e per l’infelice errore tecnico l’anno successivo, il 16 marzo 1820, nell’arco di 7 ore, avvenne il crollo dei campanili, della facciata, delle colonne e della copertura della navata centrale e della cupola. Dal disastro si salvarono la maggior parte delle murature perimetrali, porzioni delle volte del transetto, le cappelle laterali ed i corpi bassi annessi (fig. 4 e 5).

FIG. 4 – Pianta con individuazione della porzione interessata dal crollo nel 1820.

FIG. 5 – Sezione longitudinale con individuazione della porzione interessata dal crollo nel 1820.

Della Madrice Nuova prima del crollo ci sono pervenute due immagini: un dipinto in cui, tra i fabbricati di una panoramica settecentesca di Castelbuono, ai piedi della Patrona San’Anna, emerge la cupola; e l’incisione di Peter DeWint edita a Londra il 1 marzo 1821 (Evidentemente il disegno dal vero era stato realizzato qualche anno prima, poco prima del crollo del 1819).

FIG. 6 – Particolare del quadro nell’edicola accanto alla Chiesa del S.S.Crocifisso.

FIG. 7 – Particolare dell’incisione di Peter DeWint (Londra 1821).

L’opera di ricostruzione, sopite le polemiche e le recriminazioni, venne affidata al capo mastro Rosario Barreca che, sotto la supervisione di una commissione, in dieci anni ripristinò la chiesa nei sui volumi originari priva di cupola e campanili. La sapiente ricostruzione, pur rispettando le caratteristiche volumetriche dell’impianto barocco, introdusse nelle parti rifatte il gusto neoclassico del tempo, differenziando e rendendo chiaramente riconoscibili le parti ricostruite.

La nuova facciata è del 1846, la cancellata del sacrato del 1862 e nel 1884 si pavimentano le tre navate con le attuali lastre di marmo bicromo. In previsione della ricostruzione della cupola si realizzarono i pennacchi e l’imposta del tamburo, si fecero redigere relazioni di fattibilità e preventivi di spesa (Del 1863 è una dettagliata descrizione del progetto di ricostruzione della cupola redatta dal capo mastro Antonio Puccia che elenca ogni particolare architettonico e dimensionale del progetto), ma le difficoltà a reperire i fondi e forse anche il timore scaramantico d’intraprendere una tale ardita opera, impediranno ogni altro intervento di completamento.

Nell’anno 1900 il Demanio s’incamerò il feudo Monticelli e, venuta meno la principale fonte di rendita, si chiude il tormentato cantiere ininterrottamente attivo per tre secoli.

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