Il cittadino abbindolato: oltre il danno, la beffa!

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(Di Francesco Di Garbo) – In un paese dagli occhi socchiusi-assopiti si raccontava una parabola che ne palesava la perfida mentalità contorta: dicasi modo di fare del governo politico. Un presunto Re ammaliava con retorica subliminale l’elettore che pensava con la pancia e mangiava di testa. La parabola narra di un Tizio (al colmo della figura di un classico pirlotto) che maldestramente si fece abbindolare da un gruppo di amiconi burloni impenitenti. I quali avendo tempo da perdere altro non pensavano, per scacciare la noia, di motteggiare chiunque capitava loro a tiro. In questo caso la vittima, il Tizio, è un loro conoscente a cui fanno credere che stia male con una sorta di suggestione psico-ipnotica. Nel loro intento finale riuscivano a persuadere i malcapitati che non stavano bene. Come pure una sorta d’ipnosi collettiva seduceva gli elettori che davano il voto al Re. Parabola esemplare di come il Re si costruiva il consenso attorno a sé.
Il Tizio, (lo chiamo così per comodità e mantenere l’anonimato) una sera come tante uscì di casa per la solita passeggiata dopocena dopo una giornata di lavoro pesante e una cena abbondante di luculliana memoria. Ovvio che essendo pingue doveva smaltire; la scusa poi è sempre quella d’andare a comprare le sigarette. S’incamminò tutto contento e tranquillo per i fatti suoi. Fischiettava e canticchiava per la proficua giornata e partì all’attacco con l’intenzione di fare una sorpresina alla mogliettina peperina di un regalino, nientediché, ma che la mandava in visibilio: un profumino all’ultimo grido di moda.
Strada facendo incontrò un suo conoscente e dopo che si furono salutati s’intrattennero per scambiare due parole come di consueto: il lavoro, la famiglia e cose del genere. Avevano appena iniziato su questa falsariga quando l’altro assunse un’espressione alquanto preoccupata e gli disse: “Ma senti un po’ c’è forse qualcosa che non va? Hai una brutta cera. Stai per caso poco bene?”. Il Tizio cascò dalle nuvole e quasi quasi si sentì preso in giro. “Ma che dici. Sono in perfetta forma. Forse un po’ stanco, niente di ché”. Rispose scrollando le spalle e con accentuata sicumera dal gesto della mano a coppa come a dire “che stai dicendo???” onde sgombrare il campo d’ogni dubbio. L’altro, di suo, insistette nella sua parte tendenziosa recitata a dovere. “Mah, fatti vede’. Mi sembri palliduccio se non sbaglio”. Il Tizio arcisicuro di sé ripigliò fiato e cercò di rassicurarlo. “Ti sbagli. Sicuramente ti sbagli. Sto benissimo!”.
L’altro istruito da bravo attore non mollò la presa. “Forse hai ragione tu. Però… fatti vede’ un attimo”. Si discostò dal controluce e riprese. “Un po’ sbiadito ci sei a dire la verità…”. Il Tizio lo interruppe e gli ribatté. “Sarà magari la digestione. Sono “appanzicato” ho appena finito di cenare”.
La conversazione finì lì senza niente di definitivo. I due si salutarono e ognuno se ne andò per la sua strada. Il Tizio percorse un altro tratto guardando un paio di vetrine di negozi che vendevano profumi. Cogitabondo stava davanti la vetrina del miglior negozio di profumi del paese quando all’improvviso si sentì bussare alla spalla destra e girandosi di scatto quasi gli prese un colpo non vedendo nessuno perché il molestatore si trovava dalla parte sinistra. Dopo un attimo d’apprensione girandosi dalla parte opposta riconobbe quel lontano parente cugino di suo cugino. Metabolizzato lo scherzetto si salutarono ecc. Putacaso d’acchito la conversazione si svolse sulla falsariga di quella precedente.
“Ti vedo maluccio”. “No sto benone”. “Mi sembri un po’ ceruleo”. “Ti sbagli. Dici cazzate”. E così via dicendo. Tuttavia il tipo membro della combriccola ben instradato in merito raggiunse il suo scopo insinuando una pulce nell’orecchio del Tizio; il quale imperturbabile si guardò bene dal lasciare intravedere una qualche remota preoccupazione. La discussione si chiuse lì e ognuno proseguì per i propri affari.
Il Tizio fece due calcoli sul tempo a disposizione prima della chiusura dei negozi e decise di fare l’acquisto del profumo dopo il caffè. Indi proseguì verso la piazza dov’era il bar da lui frequentato per due chiacchiere con gli amici. Tutto sembrava passato nel dimenticatoio, e lui ritornato in forma meglio di prima. “Chissà cosa passa nella mente delle persone”. Soppesò il Tizio in uno slancio di autostima sorvolando alto e soprassedendo basso. “Meglio tirare dritto e lasciar perdere le panzane”. Arguì tra di sé. Così ritornato il sereno antecedente gli incroci iettatori riprese a fischiettare. Al banco del bar dopo aver salutato amici e conoscenti ordinò un caffè ed ammazzacaffè.
Nel frattempo sopraggiunse un suo caro vecchio amico d’infanzia che da qualche tempo non vedeva. I due si salutarono calorosamente e iniziarono a parlare dei fatti comuni. Tutto procedeva normalmente, bevvero il caffè e passarono a sorseggiare il grappino barrique 20 anni, eccellente. Qualche battuta scherzosa fece da contorno alla discussione, un po’ d’ironia su questo o su quello come ai vecchi tempi da buontemponi che si rivedono. D’un tratto però l’amico lo osservò attentamente e assunse un aspetto serio da vecchio professore severo e tutto d’un pezzo, lui che di mestiere fa il falegname. “Scusa, disse, ti vedo gli occhi lucidi. Non è che stai poco bene?”. Chiese il falegname con cipiglio clinico da medico navigato.
Il Tizio che aveva completamente cassato dalla sue mente la questione se la sentì riproporre in tutta la sua incipiente bruttezza come un pugno allo stomaco a tradimento rimase allibito, sbalordito e senza parole. Ci mise un po’ per realizzare una risposta confacente e ributtare in discarica quell’argomento. La sua risposta fu recisa di totale diniego d’avere il benché minimo disturbo d’alcun tipo, con l’intento di mettere una pietra miliare sulla questione. Il discorso cadde nel nulla e sembrò finire lì. Allora il falegname si rivolse al barista “Cosa pago per queste consumazioni? Offro io se non ti offendi”. Disse mettendo mano al portafoglio. Il Tizio che stava bevendo l’ultimo sorso non si aspettava una tal mossa e ribatté. “Non se ne parla nemmeno, semmai sono io a offrire”. E allungò la mano per riportare la banconota da dieci verso l’amico e vedendo che non se la prendeva la prende lui e gliela infila in tasca d’imperio. Ma l’amico non era uno che demordeva e la ricacciò fuori tendendola al barista, il quale di fronte a quel tira e molla non sa che pesci pigliare poi ad un cenno d’intesa del falegname incassò la banconota e mise sulla plafoniera il resto di due e mezzo.
Il Tizio a quel punto fece buon viso a cattiva sorte e stizzito accettò. “Per questa volta, disse, ma la prossima sarà mia non lo dimenticare”. Erano giunti ai saluti quando l’amico che stava per voltare le spalle e uscire ritornò a battere a coppe sull’argomento di prima. “Però mi sembra proprio che tu abbia una brutta cera stasera. Lo dico per te, ti vedo palliduccio. Vorrei sbagliarmi ma non sono daltonico, ho fatto una visita oculistica un mese fa. Dieci su dieci mi hanno diagnosticato”. Il Tizio non si capacitava dell’accanimento terapeutico e ribatté energicamente. “Ancora con ‘sto discorso? Ho detto che sto benissimo! mi sento in formissima! Se c’è qualcuno che sta male quello sarai tu e non io. Capito mi hai!”.
Di fronte a tal risposta imperiosa l’amico si rivolse al barista per un sostegno alla sua affermazione. “Dica lei buonuomo non è vero che il Signore, indicando a mano aperta il Tizio, ha un brutto colorito in viso? Sembra d’un pallore smorto. Nevvero?”. Il barista che stava rassettando bicchieri e tazzine diede una ripulita al ripieno del banco col bagnasciuga e chinandosi diede un’occhiata da vicino al Tizio. “Eh si, ha proprio ragione il suo amico”. Declinando il capo. “Che viso sbiancato! v’è un colorito inconsueto illividito come quei vecchi ammalati nel letto d’ospedale per farmi capire”. Inarcò le sopracciglia e fece spallucce e si rivolse ad un avventore seduto al tavolo a sfogliare il giornale: “Non è così Dottore? Cosa gliene sembra a lei?”. Il dottore sbevazzava un liquorino che sembrava cognac Martell dal colore ambrato, indi alzò leggermente lo sguardo dal quotidiano e lo rivolse verso il Tizio per guardare meglio il suo viso. Indossava un gilet con disegni alla Klee, camicia con maniche arrotolate e occhialini rotondi alla Lennon. Aria da intellettuale garbato.
Il Tizio lo conosceva di vista ma non aveva mai prima d’ora scambiato una parola con lui. Il dottore si girò ancora meglio e si alzò gli occhialini come per guardare meglio da lontano, osservò il Tizio dal basso in alto scostando il capo chino dal giornale. Aveva passato da un pezzo la sessantina. Poi si aggiustò gli occhiali sul naso superiore con atteggiamento di chi guarda le persone dall’alto in basso senza fare sconti. Da come si poneva sembrava un entomologo che osservava attentamente il carapace di uno scarabeo stercorario. Passarono interminabili istanti come quelli attesi da un pugile prima del verdetto di un match tirato e in equilibrio difficile da giudicare. Infine il tipo aprì bocca per pronunciare il suo parere che essendo di medico avrebbe dovuto essere piuttosto definitivo. “In effetti la vedo di colore eburneo, trafelato”. Fece una pausa ad effetto come un oratore arringante. Si riprese la scena: “Parrebbe tendente alla sofferenza interiore se non erro, e senza voler sembrare onnipotente ma non mi sbaglio quasi mai. D’altronde sono un mezzo medico, veterinario in pensione per la precisione come ben sa il nostro caro barista”. Concluse rivolgendo lo sguardo dietro il bancone con una tale potenza che il Tizio fu costretto a scansarsi per fare arrivare più direttamente i raggi degli occhi verso il barista.
Il barista annuì riaffermando al cento per cento la professionalità del dottore. Cosa che del resto era alquanto nota anche al Tizio per sentito dire, per cui restò esterrefatto, muto, impalato. “Ma io non mi sento niente di niente addosso. Sono in piena e perfetta salute, sano come un pesce”. Balbettò contrito. “È la quarta volta nel giro di poco che mi dicono che ho una faccia strana, un colorito cereo, smorto come una candela. Mah, è un mistero ‘sta cosa”. Si voleva ribellare al baro destino, non poteva accettarlo così di punto in bianco passivamente. “Vi state sbagliando di grosso tutti quanti”. Reagì serafico con slancio ecumenico”. Il vostro è un abbaglio grande quanto una casa anzi un palazzo. Non ho niente, sto bene come un fringuello zampettante allegramente da un ramo all’altro. Volete saperlo meglio di me?”. Concluse reagendo strenuamente alle di loro perniciose osservazioni, con la forte voglia di chiudere una volte per tutte la tiritera; il tira e molla ormai palloso e tedioso.
Ma fece il conto senza l’oste. Il barista cocciuto mesceva birra alla spina per due avventori seduti all’angolino in fondo tornò persistendo nella sua convinzione e addentando ancora più forte la preda insistette. “Se proprio non ci credi e vuoi morire come quello che per non dare sazio alla morte volle trapassare con gli aperti nell’illusione di restare vivo, vai al bagno e datti una guardata allo specchio e così ti rendi conto di persona”. Ribadì con espressione offesa di chi ha la verità di fronte e non è creduto. A quel punto anche il dottore intervenne in modo drastico con tono categorico. “Il nostro amico non crede una parola di quello che diciamo!” Esclamò con un sorrisino da beota di chi la sa lunga, fissandolo con fare strafottente e sbilanciato, e con la sicumera stampata nella faccia aggiunse. “Se proprio ci tiene ad un bias inconfutabile di conferma della pura e sacrosanta verità va’ pure a guardarti allo specchio così magari ti togli la puzza sotto il naso dell’incredulità”.
A quelle parole provocatorie il Nostro per non dare soddisfazione agli importuni, insolenti, impertinenti s’alzò di scatto dallo sgabello e si fiondò nel bagno giusto per… non per altro. “Cose da pazzi!”. Esclamò scocciato. Il cesso puzzolente e sporco di piscio nauseabondo lo invitava a battere ritirata ma ormai voleva proprio darsi una guardatina, cercò di restare in apnea o perlomeno di respirare il meno possibile. Non immaginava che lo scherzo, dal suo punto di vista di cattivo gusto, era stato studiato nei minimi dettagli. E la burla era proprio escogitata al massimo della perfezione per la riuscita. Nel neon che illumina l’ambiente avevano messo una strana sostanza chimica che fa schiarire e sbiancare le figure riflesse nello specchio. Il Tizio entrò e accese la luce per guardarsi meglio, la sua meraviglia fu enorme quando scorse il suo volto che invece d’essere roseo come dovrebbe era invece d’un biancume sbiadito come di chi sta per avere un mancamento o un giramento di testa. Si diede un paio di schiaffetti a destra e a manca a mo’ di bias di conferma, una controprova irrefragabile ma più si guardava più si vedeva smorto in viso. Che avessero ragione i suoi detrattori e accusatori del cereo pallidume della sua faccia? Si pose milioni domande. Non poteva rendersi conto del trucchetto ideato alle sue spalle. Tra l’altro in quella confusione mentale aveva perso gran parte della lucidità razionale per accorgersi che c’era il trucco. Una certa deprimente desolazione lo avviluppò immancabilmente.
Intanto avevano bussato, c’era un avventore che voleva usufruire della toilette. Rispose “occupato” e continuò a guardarsi allo specchio nella speranza che quello che aveva visto prima fosse solo un miraggio. Cercò di sgranare meglio gli occhi, aguzzare la vista e tornò a guardarsi: niente, tutto come prima. L’avventore di prima ribussò alla porta con più veemenza e con voce robusta intimò. “Ti vuoi sbrigare che mi scappa!”.
“Un attimo solo, abbia pazienza”. Ribatté il Nostro. Ma l’intruso non demordeva e si rifece sentire. “Ma faccia presto. Che ci vuole! Che diamine! Sono più di cinque minuti che aspetto”.
“Aspetti un secondo Sto per uscire, cazzo!”. Il Tizio dopo un’ultima guardata girò il chiavistello e aprì la porta.
“Presto, presto. Non ce la faccio più. Cazzo!”. Disse l’altro mentre si teneva le parti basse per trattenere il fiotto e far vedere che proprio non ce la faceva più. E senza aspettare che il Nostro uscisse del tutto s’intrufolò d’infilata dentro e richiuse la porta dietro di sé col chiavistello, emanando un forte “ahhhh” che anche il Tizio lo sentì mentre attraversava la soglia dell’antibagno. Il barista avendo origliato tutto quello che succedeva di là con l’occhio di bue davanti e didietro lo scorse subito non appena il Nostro attraversò la soglia del cesso che dà nella sala e senza aspettare un secondo, senza dargli adito di respirare di realizzare una qualche dimensione umana dell’accaduto visto e notato con i suoi propri occhi, lo apostrofò in modo sintomatico con stile sincopato come se già avesse la verità in punta di lingua con lo scopo precipuo di confondere di più le idee al Tizio. “Allora avevamo ragione noi? O no! Ti sei reso conto di persona che non dicevamo cazzate. Te l’ha pure detto il Veterinario e restavi incredulo come un fico secco”.
Il Tizio con tanti grilli tra i capelli che saltellavano chiese nuovamente cosa doveva pagare per le consumazioni scordandosi che aveva pagato tutto il suo vecchio amico. Il barista colse l’occasione al balzo e affondò in contropiede come affettando con un bisturi una tavoletta di burro. “Vedi?! Ti sei già scordato che il caffè l’ha offerto il tuo amico di prima e l’ammazzacaffè te lo offro io dato che hai questa brutta cera. Per stavolta!”. Il Tizio conoscendo l’irrecusabile nomea di patentata taccagneria del barista restò stupefatto alle sue parole, ma colse nel modo più sbagliato quella sollecitudine, afferrando in senso opposto l’inconsueta generosità profusa. Era poco lucido in quel frangente orripilante, chissà cosa gli pareva gli saltasse in testa invece dei grilli, quindi colse la generosità anziché come il prezzo per la riuscita della burla bensì come la misera bontà per il suo non stare bene.
L’aver offerto l’ammazzacaffè avvalorò la tesi del barista accentuando l’autosuggestione psicosomatica che infervorava nelle cervella e interiora del Tizio. Per la rabbia altro non fece che salutare prendendo la strada di casa, e il regalino passò nel dimenticatoio della spazzatura di quella serata stortissima. Amnesia normale se non fosse stato che tutto quanto era molto anormale. “È papale. Quasi, quasi non mi sento molto bene. Anche se… è tutto così strano. Me l’hanno detto in tanti però. Facciamo il conto: prima il tipo in strada, poi il conoscente davanti la vetrina, poi l’amico al bar, il barista, il Veterinario e forse qualcun altro che dimentico. Che cose da pazzi!”.
Dritto difilato arrivò a casa senza fermarsi più. La moglie appena lo vide fu sorpresa dal rientro anticipato. Di solito non prima delle 22.00/22.30. “Ah, sei già qui. Non è passata nemmeno un’ora da quando sei uscito? Come mai?”. Gli chiese strumentalmente. E realizzando l’insolita stranezza come una dimenticanza aggiunse d’acchito. “Hai forse dimenticato qualcosa? Sei tornato per qualche motivo particolare?. A memoria mia in questi casi è che hai dimenticato qualcosa”. Disse in profluvio di curiosità inesaudite. Il Tizio non aveva poi così voglia di rispondere e ci mise non poco mentre si toglieva copricapo e soprabito. Restò di fronte allo specchio del disimpegno. La moglie dal tinello non sentendo risposta rincarò la dose aumentando il suo nervosismo ovviamente. “Forse non hai trovato i tuoi amici con cui fai la solita partita a carte o a biliardo?”.
Il Tizio non sapeva che cosa dire, a quale domanda rispondere per prima. Quale scusa accampare per minimizzare il fatto. Non sentendo rispondere la moglie basita e corrucciata gli lanciò una voce alla quale lui rispose farfugliando qualcosa d’incomprensibile che tuttavia ebbe l’esito quantomeno di far notare la sua presenza mentre continuava a guardarsi e a vedersi con raccapriccio pallido. A sua insaputa era stato versato nell’ammazzacaffè un concentrato a base di mannitolo senza che lui se ne accorgesse che gli causò un rivolgimento intestinale e l’esigenza d’evacuare le sostanze escrementizie. In pratica corse verso il bagno bisbigliando alla consorte un semplice: “Poi ti spiego. Adesso devo andare in bagno di corsa”. La moglie non diede retta più di tanto alle sue paturnie continuando ad occuparsi dello smalto ai piedi.
Il Tizio evacuando tutto il ben di Dio della cenetta luculliana restò a pancia vuota e un senso di debolezza lo colse, il che causò un vero impallidimento come se fosse stato impallinato. Alzandosi le brache si guardò ancora una volta allo specchio con circospezione maniacale e stavolta davvero delle striature biancastre s’erano formate nel volto. Delle chiazze di un bianco rosella d’un cromatismo tipo rosa Tiepolo. Quel cromatico rosa pallido caratteristico della pittura di G.B. Tiepolo che fa ammattire i suoi estimatori. A quel punto il Tizio ha ben donde somatizzato all’infinito l’idea di stare male, ma proprio di brutto, brutto. Adesso lo stomaco grugniva come un maialino tutto rosa del cartone animato “Babe”. Un incipiente senso di vomito lo colse ma fu un falso allarme. “Sarà meglio che mi metta a letto. Magari un po’ di riposo mi farà bene”. Arguì tra di sé. “Domattina vediamo come va, altrimenti andrò dal medico”. Si disse. Mentre spegneva la luce e tirò ancora lo sciacquone, dimenticando che l’aveva già tirato prima. “Che testa di cazzo!”.
Si auto ammonì appena se ne rese conto. Strano, molto strano. Più ci pensava più non riusciva a farsene una ragione plausibile. E la cosa ormai aveva raggiunto dimensioni di un vero e proprio rompicapo. Un rebus che il Tizio non sapeva nemmeno cosa fosse se non d’averlo visto da qualche parte sfogliando una settimana enigmistica al bar o dal barbiere se non ricorda male.
“Allora si può sapere cosa ti prende stasera?”. Rimbrottò con tono ironico la moglie appena lo sentì uscire dal bagno.
“Un attimo, dammi un secondo. Fammi ricomporre”. Rispose il Tizio rabbuiato.
“Da quando sei rientrato non si capisce cosa ti prende. Ho diritto a sapere. No!”. Disse la moglie richiamandolo all’appello. Il tizio la raggiunse nel tinello mentre lei ancora intenta con lo smalto guardava il reality: “Giudizio popolare”. Questi programmi annoiano a morte il tizio quindi preferisce una partitella a carte senz’altro. Quantomeno nel gioco c’è partecipazione attiva, invece la tele è sciroppo passivo e lui non è disposto a sorbirsi le sconclusionate fisime degli altri. Il tizio si sedette nella poltrona ad angolo. La mogliettina finalmente distolse lo sguardo dal piccolo ‘scherno’ così il Tizio chiamava la tele e si mise in posa attendendo le sospirate delucidazioni dal marito sul suo misterioso comportamento.
“Credo di non stare molto bene, ma neanche tanto male. Non riesco a capire come mi sento”.
“Ah, beh. Se non lo sai tu”. Ribatté la moglie sbalordita da quella incerta sclerosi linguistica. Poi vedendo che il marito era alquanto abbattuto soggiunse. “Vieni qua, fatti vedere in faccia”. Il Tizio non aveva voglia di muoversi allora s’alzo lei e osservandolo in viso scosse la testa in segno d’incredulità germanica e disse. “Ma io non vedo niente di strano. Mi pare tutto normale”.
“Forse è solo un po’ di stanchezza di routine. Qualche alto e basso di temperatura. Ho avuto un lieve giramento”. Postillò il tizio.
“Dai su non fare il finto malato che sei in forma più di me. Io si che sono stanca. -Sbuffò-. Secondo me sei male persuaso”. Il Tizio “Mi sento lo stomaco in subbuglio, ho il cagotto”. Disse.
“Vuoi che ti faccia una tisana astringente?”. Disse corrucciata la moglie.
“Lascia stare non è il caso. Forse è meglio che vada a letto”. Disse a malincuore.
“Sono appena passate le 21,00. Vuoi fare come le galline? Dai resta un po’ qua con me”. E si avvicinò a lui con moine e coccole.
“No, non è il momento. Vado a coricarmi, è meglio. Mi fa male pure la testa”. E alzandosi si diresse in camera da letto. Lei lo guardò disillusa fino a che non scomparve ma non disse null’altro e di buona lena si rimise a guardare il reality. Si accucciò beata sul divano stringendo a sé il mega orsetto di peluche. “Valli a capire come sono i maschi al giorno d’oggi”. Pensò rassegnata rimpiangendo i maschi d’una volta.
Fu così che dopo una, due, tre, quattro e dieci introiezioni dal sapore malandrino che il Tizio si convinse del suo sintomo psicosomatico e lo tradusse in pathos sintomatico di chi è realmente ammalato e rimase una settimana intera a letto come il malato immaginario di Molière.
Viene spontaneo il paragone con l’altro Tizio la cui folgorazione si trasmutò in coscienza per una nuova credenza. (La credenza non è una scienza ma un mobile incassato a parete). Nello specifico la credenza è quel modo di fare fideistico che ha come fondamento precipuo il mero sentito dire da altri, i quali sulla credulità a buon mercato ci marciano e ci mangiano. <<Si dice>> esprime la modalità impersonale della declinazione verbale in terza persona dal significato generalista: lo dicono in tanti dunque è vero. Da qui la convinzione che se <<si dice>> bisogna crederci. Guai a mettere in dubbio una cosa che si dice: si fa la fine di San Tommaso.
Il consenso elettorale che determina il potere politico si costruisce operando sul bisogno primario dell’individuo facendogli credere false verità basate sulla credenza del <<si dice>>; cioè usando un linguaggio basato sulla “sparrhesia” e non sulla parrhesia, (cioè il parlar franco con correttezza). E le persone allampanate dalla fame con la bocca aperta ci credono perché la facoltà di critica del cervello implica un certo sforzo che sbatte contro la pigrizia fisiologica dello stesso. E lor signori se ne approfittano, coscienti che la pigrizia mentale della gente fa il loro sporco gioco di abbindolatori.
Che le persone considerate con la testa posata sulle spalle “abbasate” argute dal quoziente intellettivo nella media si facciano abbarbagliare non è una novità. Che tali persone possano credere, appurandolo coi loro occhi che un filo di cotone leggero a ordito finissimo possa ondivagare in aria per forza d’inerzia, in più difendere a spada tratta tale visione è alquanto lecito. Tuttavia sta di fatto che se avessero indagato a puntiglio avrebbero scoperto che il filo stava in aria in quanto legato alle zampine di due mosche che se lo contendevano in difesa ad oltranza catenacciara.

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