Il primo ribaltone della storia
Le prime elezioni libere, dopo la caduta del fascismo, si tennero il 7 aprile 1946 e fecero registrare la vittoria della lista popolarmente nota come a rrama âlivi, una multiforme coalizione di centrodestra avente come simbolo un ramoscello d’ulivo, che elesse come sindaco l’imprenditore Filippo Bonomo. All’opposizione andò la Democrazia Cristiana e, dal momento che il sistema elettorale era maggiori- tario, il Partito Socialista, rimase clamorosamente escluso, sia pure per duecento voti. Questo risultato è quantomeno curioso non solo perché i socialisti vantavano un grande radicamento e una notevole forza elettorale ma soprattutto perché, il due giugno dello stesso anno, in occasione dell’elezione dell’Assemblea Costituente il Partito Socialista risultò il primo partito con più di duemila voti, raddoppiando il numero dei voti di due mesi prima.
Reduci da questa cocente sconfitta, i socialisti cercarono di riorganizzarsi con azioni di lotta e di opposizione al governo del paese condotte dall’esterno del muni- cipio. Pur avendo subito la dolorosa scissione di Palazzo Barberini, a Castelbuono il blocco socialista rimase abbastanza coeso e in quel 1947, addirittura, si ampliava per via della incipiente organizzazione politica che i comunisti si apprestavano a darsi. Si trattava di pochi ragazzi, poco più che ventenni, Ciccio Di Galbo, Domenico Cicero, Rosario e Gioacchino Genchi, Vincenzino Di Garbo e di qualche persona più matura, Peppino Caligiuri, Giovannino Mancuso, Vincenzo Pinsino, Ciccio Toscano che gravitavano attorno alla carismatica figura di Gino Carollo, nonostante avesse poco più di venticinque anni. Gino si era formato politicamente soprattut- to nel corso dei due anni in cui era stato recluso nel campo di concentramento a Wietzendorf in Germania, a contatto con tanti comunisti e attivisti di mezza Europa. Per un certo periodo, anche se non c’entra niente col nostro discorso, fu anche compagno di baracca di Giovannino Guareschi, autore della fortunata serie di avventure di Peppone e don Camillo.
In vista delle elezioni amministrative del 1952, i vecchi compagni Pietro Cange- losi e Rosario Genchi, ancora punto di riferimento per tutta la sinistra, fuori d’ogni calcolo e logica di appartenenza e di visibilità, nonostante i socialisti rappresentas- sero più del 90% della sinistra, proposero che per sindaco, si dovesse puntare su Gginuzzu, il giovanissimo comunista Luigi Carollo, al quale riconoscevano grandi capacità per guidare il paese, essendo un giovane in gamba, colto, intelligente e politicamente acuto. Che appartenesse a un partito poco consistente era di nessuna importanza, rispetto alle sue credenziali.
Si andò alle elezioni e il blocco socialcomunista “Autonomia e Rinascita” con il simbolo di Garibaldi, riportando 2.365 voti, si impose, diciamo anche sorprenden- temente, sull’Unione Democratica Cittadina di ispirazione democristiana, guidata da Vincenzo Carollo e da Pietro Sapienza, che di voti ne riportò 2.209 e sul Mo- vimento Sociale Italiano, molto distanziato con 1561 voti. Nelle preferenze, però, Gino superò nettamente Vincenzo Carollo di quasi 500 voti (1674 contro 1221). Risultato: il trentunenne Gino Carollo fu eletto sindaco, in consiglio i socialco- munisti ebbero 24 seggi, l’opposizione democristiana sei, il Movimento Sociale era fuori dal consiglio.
Benché Castelbuono non sia mai stato un paese a maggioranza di sinistra, meno che mai comunista, successe che i socialcomunisti, riuscirono a vincere le elezioni due volte di fila per via del sistema maggioritario e delle tre liste che determinavano, come ben si comprende, una dispersione di voti. Ma allora a prevalere, non era il calcolo, quanto l’idea.
Messa alla prova dei fatti, la compagine amministrativa del 1952 governò più che bene. L’empatia di Gino Carollo, associata al credito di cui godeva, ne faceva un personaggio popolarissimo e benvoluto da tutti. La pericolosità di ciò era stata ben compresa dall’opposizione democristiana che, ritenendo problematico mettere fuori gioco i rossi, pensava già a qualche buccia di banana, a una polpetta avvelenata. Intanto le opposizioni attendevano fiduciose le successive elezioni, certe di riuscire a cacciare i comunisti che stavano amministrando con meno del 40%. Ma alla vigilia delle elezioni del 1956, ai blocchi di partenza le liste furono di nuovo tre. Risultato: la lista del sindaco uscente, riportando 2632 voti, fu la più votata lasciando i democristiani a 2247 voti e la lista di Alfredo Cucco ancora fuori dal consiglio pur con 1428 voti.
Anche stavolta, sia pure con il 42% dei voti, la lista socialcomunista si impose. La grande popolarità di Gino Carollo aveva fatto schizzare le sue preferenze a 2186 mentre Vincenzo Carollo si fermò a 1408.
La nuova vittoria dei rossi, ovviamente, non fu particolarmente gradita alla minoranza che cominciò a disertare l’aula fin dalla seduta di insediamento allorché si passò alla votazione per eleggere il sindaco. Un comportamento che, a colori politici invertiti, si sarebbe ripetuto una sessantina di anni dopo, come ben sappiamo.
Ma la gioia di questo nuovo successo durò poco perché nel gennaio del 1957 Gino Carollo venne rinviato a giudizio per peculato e «in conseguenza di questa nota prefettizia doveva ritenersi sospeso dalla carica di sindaco».
La causa risiedeva nell’ex feudo Monticelli che dal 1951, grazie al sindaco Filippo Bonomo, era diventato proprietà del Comune. E il Comune, come accadeva da tempo immemore, dietro pagamento di un canone in denaro, lo concedeva in affitto per l’esercizio del pascolo.

Uno degli affittuari, indottrinato finemente da ben determinati esponenti della minoranza, pagò il canone di affitto versando nelle mani del sindaco non bigliettoni, come era consuetudine allora, ma un assegno o un vaglia, insomma pagò – secondo le rigorose istruzioni ricevute – in maniera tracciabile. Il malaccorto sindaco, andò a scambiare l’assegno, intascò i soldi e, anche se dopo un paio di giorni li aveva già versati nelle casse del Comune, la frittata era ormai fatta.
Il sindaco Carollo fu costretto a dimettersi e cominciò la non facile ricerca del sostituto. Nella maggioranza, si capiva che si trattava più che altro di malversazione pertanto il sindaco difficilmente sarebbe stato condannato. Più di ogni altro lo capiva il suo vicesindaco avv. Giovanni Schicchi il quale, invitato a sostituire Gino, con il preciso impegno di dimettersi non appena questi fosse stato assolto, declinò l’invito per comprensibili motivi.
Fu nel corso di una delicata riunione, che si tenne nell’agosto 1957 nella casa di campagna dei miei nonni paterni ai Pedagni, che l’assessore Francesco Raimondo si rese disponibile a ricoprire la carica di sindaco a tempo determinato, fino alla assoluzione di Gino, giunta la quale avrebbe dovuto cedere il passo a chi aveva avuto un oceano di suffragi. Raimondo venne eletto sindaco alla fine di agosto del 1957 e l’assoluzione di Gino Carollo arrivò a novembre del 1959. Confortati da quanto stabilito nella riunione d’agosto di due anni prima, i compagni aspettavano le dimissioni del sindaco e il ritorno di Gino.
Qui bisogna ricordare che allora il consiglio era composto di 30 seggi di cui 24 della maggioranza e 6 dell’opposizione. Il legislatore era stato indotto a creare un rapporto così squilibrato per mettere chi amministrava al sicuro dai voltagabbana ed evitare che si potesse alterare la maggioranza uscita dai seggi. Ma, allora come oggi, per costoro non ci sono misure che tengano.
E bisogna anche ricordare che le liste dei consiglieri erano composte di 24 nomi- nativi per cui tutti i candidati al consiglio della lista prima classificata risultavano eletti, al limite anche avendo riportato zero voti. Di conseguenza non era possibile la surroga. In altre parole in seguito a dimissioni, malattie, decessi o altro, il seggio rimaneva vacante.
Accadde, in particolare, che il vecchio leader socialista Pietro Cangelosi, si am- malò gravemente e non poté continuare a prendere parte ai lavori del consiglio e che Vincenzo Lo Re, un operaio edile specializzato, fosse emigrato in Francia, nei pressi di Parigi dove, più tardi, avrebbe ricoperto la lusinghiera carica di capocantiere durante la edificazione della Tour de Montparnasse.
Accadde anche che il sindaco Raimondo, al quale i compagni spazientiti ri- cordavano il patto dell’estate del ’57, cominciasse a essere artatamente solleticato dagli esponenti più autorevoli della minoranza «Certo che fin quando gli ha fatto comodo che lei facesse il sindaco…», «Ora vogliono che si dimetta. A noi non sembra giusto, anzi siamo disponibili ad appoggiarla». Gli stessi sermoni furono fatti anche a diversi consiglieri vicini a Raimondo. Lusinga oggi, lusinga domani, lo strappo di Raimondo e di diversi consiglieri in breve si consumò.
La tetragona maggioranza di 24 a 6, al netto dei consiglieri impossibilitati, venne ribaltata e alla fine del 1959 il rapporto era di 11 a 13. Anche noi abbiamo visto
qualcosa di simile qualche anno fa, sempre a colori politici invertiti. È chiaro che la storia si ripete.
A quel punto, avendo la maggioranza in consiglio, Raimondo si dimise per dare luogo a una nuova maggioranza con i democristiani.
L’elezione del sindaco venne fissata il 4 maggio 1960. Il Boss Pietro Cangelosi, protagonista di mille battaglie a partire dagli anni ’10, benché costretto su una poltrona, fece sapere che avrebbe partecipato alla votazione. Ma non sarebbe bastato. Per potere solo sperare in un colpo di scena la mossa era solo una. Impensabile, da pazzi. La fecero.
Per diverse sere, affinché non trapelasse alcunché, un paio di fidatissimi com- pagni, con Gino, si portarono a Cefalù per mettersi in contatto telefonico con Lo Re, in Francia. Allora le telefonate si facevano attraverso il centralino pubblico. Ci vollero un po’ di viaggi a Cefalù e di sessioni telefoniche ma alla fine Gino, grande amico di Lo Re, lo convinse a tornare in paese per quella epocale votazione. Nessu- no sapeva niente, a parte quei tre fidatissimi compagni. La partecipazione di Lo Re non doveva trapelare. E così fu.
Arrivò il grande giorno e a bordo dell’aereo decollato all’alba da Orly il nostro uomo era regolarmente a bordo. La sera, poco prima del consiglio, trovandosi i compagni sotto casa di Pietro Cangelosi in via Mustafà mio padre impaziente chiese a Gino: «ma, allora, è arrivato?». Gino non rispose, gli occhi si accesero e il lungo taglio della bocca gli illuminò il viso. Estrasse un pacchetto di Gauloises dalla tasca e con la sua voce cavernosa ma sensuale gli disse, porgendoglielo «Teccà, fuma». Ci eravamo quasi. Mancava solo il colpo di scena.
La seduta ebbe inizio al cospetto del pubblico delle grandi occasioni, con il Boss stoicamente presente in quella che sarebbe stata l’ultima battaglia della sua vita. Ma di Lo Re nessuna notizia. Quando arrivò il momento di votare si udì un diffuso brusio fra la folla che si apriva come il mar Rosso davanti a Mosè per fare spazio a questo omone dal fisico statuario che avanzava con passo sicuro fra le facce sbiancate di chi non credeva ai propri occhi, soprattutto di quelli che pregustavano una sicura vittoria per prendere posto fra i compagni del suo gruppo.
In quella situazione, tuttavia, sarebbe finita 13 a 13 con l’elezione di Raimondo per anzianità. Esaurite le operazioni di voto, iniziò lo scrutinio. Quando mancava l’ultima scheda da scrutinare, Gino conduceva per 13 a 12 e tutti sapevano che la successiva avrebbe recato il voto: Raimondo. Ma accadde che il presidente, aprendo l’ultima scheda, esclamò: Carollo! Naturalmente successe il finimondo. Scene di giubilo da una parte e di disperazione dall’altra.
Ma fu una vittoria amara per la sinistra, triste; la vittoria di un solo giorno. Tutti sapevano, infatti, che il Boss non sarebbe più tornato in aula e che Lo Re, vecchio calciatore del grande Castelbuono di Manzella, di Salvino e Mario Russo, di Pietrino e Lorenzino Bonomo, di Santi Cucco e di Franco Lupo sarebbe ritornato in Francia e che il consigliere dello schieramento avverso, con ogni probabilità Arturo Levante, un uomo con un codice morale d’altri tempi che, indignato da questa transumanza di consiglieri, nel segreto dell’urna, aveva votato per la sinistra, sarebbe rientrato nei ranghi.

La risposta di chi subì la terribile beffa non si fece attendere. Per far decadere il consiglio e quindi il sindaco, si dimisero quasi tutti i consiglieri di minoranza, cosa che portò a 16 il numero di consiglieri effettivi. Bastava un’altra defezione perché in consiglio mancasse automaticamente il numero legale. Quando ciò accadde, poco prima della festa di sant’Anna, il consiglio fu sciolto e venne nominato commissario l’avv. Antonio Mercanti, che avrebbe guidato il Comune fino alle elezioni nelle quali, parte dei fuoriusciti del gruppo di sinistra, trovò spazio nella lista della Democrazia Cristiana.
Le elezioni del novembre 1960 misero fine al sistema maggioritario, misero fine alla impossibilità di surroga dei consiglieri, misero fine alle amministrazioni rosse, inaugurando la lunga serie di giunte a guida democristiana che si sarebbe protratta fino al 1985, allorché venne eletto un sindaco non dello scudo crociato. Il sistema elettorale, invece, rimase invariato fino al 1993 quando il sindaco venne eletto direttamente dal popolo. E quello che, a tutta prima, sembrò l’inizio di una nuova politica si rivelò, alla lunga, l’inizio della fine.

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