Im-Mensa Ingrati-Tudine all’Excel-Ente

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(Di Francesco Di Garbo) – “Mario chiudi il microfono. Chiudi il microfono!”. Ordinò il Salva-gente al Presi-dente con tono robusto.

La confusione in aula era strabiliante, mugugni, pernacchie e brusio davano alla testa.

“Mario spegni la diretta. Spegni la diretta! Spegni spegni!”. Blaterò il Salva-gente seduto nello scranno davanti al Presi-dente arrotando le dita della mano col braccio slanciato verso la console di manovra con gesto imperioso come di chi attiva la manopola di una radio a transistor. Non si doveva vedere. Bisognava strozzare la voce. In fretta e furia chiusero l’ecclesia: On/Off.

“Aperto o Chiuso? Questo il dilemma”. Si chiesero i preposti al momento d’approvare la convocazione straordinaria del Consiglio.  La richiesta era Aperto di dare voce ai cittadini, sinonimo di democrazia partecipata beninteso.

L’istanza accettata pro-forma fu boicottata nella sostanza: non ovvio malinteso. Il timore della cittadinanza attiva spauracchio da novanta invogliò a farlo Chiuso per evitare il malcontento.

Alla fine decisero di farlo aperto ma Chiuso. Con tattica felpata misero il bavaglio alle proteste: preferivano le proposte. L’escamotage all’unanimità fu di approvarlo per non contraddire l’approvazione del Presi-dente. Tuttavia contorcendo il fair-play il Salva-gente riuscì a mettere Capra e Cavoli nello stesso spazio-tempo. Cosicché nel momento fatidico manco tempo di niente le luci in sala si abbassarono, il sipario fu calato e il teatrino appena abbozzato. La rappresentazione non fu recitata, il primattore se la svignò e la sala in bianco lasciò.

“Ottimo lavoro Presidente. Ti meriti una promozione”. Disse il Salva-gente. La rabbia dei genitori stroncata e il consenso con mezze verità e mezze bugie sui social si cercò di recuperare. Ma le uova per terra erano rotolate e la frittata ormai consumata.

“La seduta è spenta. No è chiusa. No no è sciolta, scusate. Ho avuto un raptus… ma che dico, scusate, un lapsus è stato”. Il Presi-dente ebbe un sussulto si rinsavimento, si asciugò il sudore in fronte e col Salva-gente salvarono il Cavolo ma non la Capra.

Il Salva-gente tronfio per la riuscita sogghignò e disse: “Hai visto come tossivano. Erano infoiati. Ammorbati”.

Presidente: “Per forza col comizio sotto la pioggia… si sono influenzati”.

Presidente: “No, quello è stato dopo. Erano strumentalizzati, influenzati dall’opposizione, e fanno tutto ‘sto casino”.

Salva: “Ah, sì! Le mamme apprensive, prese dalla cura parentale dei pargoli di cui non sanno recidere il cordone ombelicale”.

Presi: “Tengono i figli nell’ovatta come manco fossero piezzi ‘i cori”.

Oberata col lavoro per il tozzo di pane Renata smaniava che non aveva a chi lasciare Luca, chi glielo prendesse all’uscita di scuola a quell’ora. Aspettava con ansia il tempo prolungato. Il lavoro non poteva perderlo.  Prendeva permessi con recupero e faceva notte. Ogni anno è la stessa storia all’inizio della scuola. Infine il tempo prolungato iniziò.

I primi giorni tutto bene, Luca contento.

Dopo cinque giorni Luca indisponente col broncio. L’ottavo giorno era riluttante. “Mamma domani non ci resto a scuola. Voglio tornare a casa”.

Renata trasalì costernata. “Come? E perché? Che novità è questa!”.

Luca si teneva il capo chino abbattuto di lato giochicchiando con le briciole sul tavolo. Pietro il marito parlava di lavoro al telefono. Il focolare fremeva non scoppiettava. Renata guardò Luca in tralice. Di sottecchi Luca se ne accorse e per evitare la sgridata disse: “Non mi piace…”.

“Cosa non ti piace?”. Chiese perentoria Renata, mentre di spalle asciugava le posate. Luca non rispose. Renata si girò e lo guardò con severità. “Si può sapere cosa non ti piace?”. Con tono categorico.  Luca tergiversò riottoso con gli occhi chiusi.

“Non è buono”. Disse alla fine

“Cos’è che non è buono?”. Insistette. “Il maestro? La scuola?”. Chiese Renata insofferente. Luca girò il capo dall’altra parte.

“Allora cos’hai stasera così ingrugnito?”. Lo riprese.

“Mamma”. Disse Luca col picchio alle labbra e la lacrimuccia all’occhio. “Il cibo non mi piace, non è buono”.

“Che dici? Davvero! Com’è possibile?”. Renata frullò apprensiva.

“Non mi piace, non mi piace, non mi piace. È brutto!”. Cantilenò Luca querimonioso.

Renata sobbalzò e con scatto felino agguantò il telefono per consultarsi con la Titti sul fatto. Venne fuori che la sua bambina aveva mal di pancia e s’ipotizzò a causa delle lenticchie crude. Indagarono per sentire altre mamme, altre testimonianze; chiamata multipla a viva voce e gli indizi si accavallarono e in certezza che la causa fosse il cibo in mensa a lasciare i brontolii addominali si trasformarono. Le mamme (strumentalizzate) si trasformarono in investigatori provetti e “scuviliando” affondo scoperchiarono il vaso di Pandora delle reiterate nefandezze im-mensa. Bisognava chiedere conto e ragione ai preposti, non opposti, bensì supposti del nulla a posto e farsi spiegare il perché e il percome. In barba del tutto a posto Madama la Marchesa.

“Si vabbè, tu dici tutto a posto servizio Eccellente al top della Sicilia bella. Ma mio figlio non la pensa così e con lui tanti altri bimbe e bimbi”.

“Certo, è così supposto che tutto va bene: a priori. L’ha detto l’Excel-Ente oro colato”.

“Ovvio”. Chiosò la Bea, “Tutta colpa degli Oppositori”.

“No, non può essere. Mica sono loro a fare le gare d’appalto”. Con tono categorico ribatté la Titti.

“Non è appalto, è coproduzione”. Precisò Roberta informata.

“Ma dai! Mica siamo al cinema. A Cinecittà!?”. Ironizzò Renata.

Nella riserva indiana numero zero, in mezzo al vuoto desertificato delle aree interne spopolate sistematicamente si abbaiava alla luna senza alcun costrutto edificante per impedire la massiccia emigrazione verso il lavoro agognato, una vita dignitosa, un focolare accogliente. Non come quello di Renata il cui lavoro mal retribuito la faceva tribolare. Mentre i preposti si barricano dietro la minaccia dei posti di lavoro co-prodotti in-mensa tra cooperativa e Ente: stessa figura, stesso ruolo lavorativo, ma stipendio e inquadramento diverso.

L’ululato si eleva verso la luna dalla cima dello sperone appuntito dimora preferita del Salva-gente.

“Le mamme trepidanti, apprensive della cura parentale degli immersi pargoli nella mensa ai quali non sanno recidere il cordone ombelicale: l’Omphalos epicentro della terra. I papà inalberati-svaporati che non riescono a star fermi nel loro egocentrico imbestialito. E tutto il resto del casotto…”

Questo abbaiava l’Eccellenza del distretto impettito giacca e papillon in doppio petto tronfio che se la tira e se la mena dallo sperone dei social per l’ulteriore infinocchiata gratinata riversata ai cittadini inquieti per due lenticchie crude.

“Coi miei rispetti Eccellenza. Dia i saluti alla Signora Mensa e dica che ai bambini piace tanto”. Disse il Presidente. Pensava di tagliare la testa al toro e zittire tutti quanti col post a prova di bomba.

“Era questa la proposta?”. Chiese il Salva immusonito.

“No, questa era la protesta!”. Precisò il Presidente.

“Pretesti di proteste… Diciamo la verità”. Ribatté il Salva.

“La proposta sottoscritta è quella di far cuocere al Tuttofare e fargli sostenere a spada tratta che è Tuttofatto”.

“Bella proposta”. Ironizzò con sarcasmo il Salva. “Mi sembra una protesta più che una proposta”. Alzò gli occhi alla luna e contrito si lagnò. “Proposte non ne hanno mai fatto. Quelle fatte da loro sono state nostre proposte. Siamo noi che abbiamo il copyright sulle proposte e nessun altro nella riserva indiana delle aree interne si può permettere di fare proposte e nemmeno proteste”.

Concluse perentorio e categorico il Salva-gente con im-mensa giaculatoria trascendente.

Im-mensa prima dei Nas fu passata la cera e fatto ordine generale e ogni cosa fu sistemata per far apparire che le proteste erano campate in aria. Ovvio che i politologi ci sanno fare e i politicanti ci sanno mangiare.

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