La bicicletta di mio nonno e una storia di San Martino


(Di Sandro Castiglia) – La bicicletta verde è ancora nella soffitta della nostra casa di campagna. La bicicletta verde con la quale mio nonno Ciccio, da giovane, andava e tornava dal paese. È una bicicletta alla tedesca, quella tipologia di biciclette contraddistinte da due particolarità: sono sprovviste di cambio, ma soprattutto non hanno in dotazione i freni, motivo per cui la frenata avviene indirizzando i pedali all’indietro. Va da sé che andare su una bicicletta del genere non fosse proprio un esercizio proprio banale, considerando la pesantezza della stessa per via dei materiali dell’epoca e il dover avere un minimo di prontezza mentale nell’utilizzo.

Siamo in Sicilia, più precisamente nel dopoguerra, e mio nonno è un giovane ragazzo che sente ancora diversi echi: l’eco delle bombe, la voce della fame, e lo strepitio degli americani arrivati a liberare l’Italia, pieni di caramelle, cioccolatini, e bibite in lattina. Questo giovane ragazzo di mio nonno doveva così iniziare a farsi spazio in una vita da ricostruire. Vivendo in campagna – la campagna dista poco più di una manciata di chilometri dal paese – e non avendo ancora l’età per poter guidare un’autovettura, né i soldi per poterla anche soltanto pensare, doveva adoperarsi per recarsi in paese. Ecco l’illuminazione: la bicicletta. Le strade della campagna siciliana, relativamente alla zona montuosa della Madonie, sono vallonate, non lasciano troppo fiato al respiro; strade che hanno a che fare con la metafisica di stampo battiatiano, strade che sono un’astrazione dal tempo e dallo spazio, un racconto che anticipa tutto quello che accadrà successivamente nel mondo. La bicicletta non perché Bartali e Coppi fossero i suoi miti, probabilmente non sapeva neppure chi fossero, piuttosto come unica risposta pratica per ovviare ad una domanda di bisogno, di necessità. Non poteva pensare alla bicicletta come ad un mezzo per fare sport, risultava più una questione materiale che una questione poetica. Fino a quando non vi è salito su. La bicicletta verde alla tedesca diventa così una maestra, la sua maestra. Diventa maestra di sacrificio, di umiltà, di leggerezza nonostante la pesantezza, di sogno, di indipendenza. Troverai ciò che dai, tutto rimane nel girone dell’equilibrio, nulla di più e nulla di meno. Il pedale gira col tuo cuore e con la tua testa, e non ti regala nulla a parte la meraviglia. Se inizialmente la prese per praticità, durante i viaggi insieme andò sempre più identificandosi con questa idea di libertà, una libertà che non è fare tutto ciò che si vuole quanto essere liberi da gabbie sociali, identificandosi coi boschi, coi prati, con gli animali del mondo più segreto delle molte strade che solcava, identificandosi con l’altezza dell’erba che carezzava con l’aria passando, con gli asini, le pecore, i cani. La bicicletta diventa il suo immaginario fiabesco, la sua ecologia innocente, la sua felicità nel pieno di un frastuono di ricostruzione che annullava amando. Ma la bicicletta diventa anche sogno. Diventa il suo volo sociale, così andare a lavorare divenne andare in giro per le strade, passare per il campo di papaveri che la notte splendeva al buio, osservare quello che succedeva coi piedi leggermente staccati da terra, da una diversa prospettiva, chiacchierare col vento e chiedersi perché.

Mi raccontava questo mio nonno, di come aveva scoperto di poter andare dovunque con la bicicletta verde alla tedesca. Sentieri di capre, case arroccate che sembravano santuari di monaci tibetani. E parlava come pedalava, e pedalava come parlava, mi raccontava la sua vita, quella della giovinezza in cui conosceva ed imparava a rapportarsi con l’esistenza su una bicicletta, anche attraverso una bicicletta. Fu così che mi raccontò di quell’incontro. Era novembre, il giorno di San Martino, e in uno dei suoi andirivieni con la bicicletta verde alla tedesca – portava con sé la sua solita borsa a tracolla in cui tenere le cose utili o nella quale metter dentro il pane per il pranzo – incontrò un vecchio scalzo ed affamato. Sulle prime si impaurì e rimase sulla difensiva, sciacalli e banditi giravano ancora, ognuno cercava di sopravvivere come poteva. Prego, prenda questo pane, noi domani potremo mangiarlo, lei magari no. Il signore Iddio te lo renda, giovane ragazzo.

Molti decenni dopo, mio nonno sarebbe morto proprio il giorno di San Martino. La circolarità è dell’esistenza ed è anche delle ruote della bicicletta. Fermo sulla soglia, tra la luce e l’ombra, lo immagino questo vecchio di mio nonno, sopravvissuto alla giovinezza, con la faccia pulita e rugosa, le grosse mani laboriose, e mi sembra che, dopo qualche anno, esca in questo momento dal fondo buio di un mondo estraneo, remoto.

L’altruismo, la condivisione, la devozione alle cose, caratteristiche dell’anima che aveva per natura, e che si fondevano con la bicicletta, che gli aveva insegnato a stare sulla strada, per la strada, lo aveva educato e formato ulteriormente. Ho sempre pensato che mio nonno avrebbe potuto fare soltanto il gregario, e sarebbe stato un gregario perfetto, perché era il punto più distante dalla morte, resisteva, rimaneva in piedi sui disastri, sorrideva e non moriva, uno di quei compagni di squadra sui quali il capitano può fare affidamento, uno di quelli da avere accanto per scalare le montagne o attraversare i mari di pianure, quando diventa doveroso affrontare i propri mostri o prestare ascolto ad alcuni spiriti. Gregario, una parola semplice dalla sfumatura complessa, una parola che attinge direttamente alle sorgenti della vita prima che di questo sport, una parola che ha a che fare con la dedizione incondizionata, con l’annullamento in funzione dei sogni di gloria altrui, motivo per cui talvolta più che una competizione ciclistica si può parlare di antichi riti sacrificali. Il gregario è restio a mettersi in proprio, non ne vuole sapere nulla, rigetta la declinazione individuale dello sport del ciclismo, che per lui trova senso, compimento, e gioia soltanto nella sua dimensione collettiva.

La bicicletta serve ad andare, a camminare, è una cosa necessaria come le scarpe, forse più delle scarpe, e quel vecchio di mio nonno da giovane aveva fatto anche il calzolaio, e questo lo sapeva. La bicicletta non è soltanto un mezzo né un sogno, ma la strada stessa. La bicicletta, che bella invenzione la bicicletta.

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