La centesima edizione del nostro sentimento


(Di Sandro Castiglia) – La fontana di Piazza Margherita è il principio e la fine di questi dieci giri dentro la storia di Castelbuono, apre a qualunque possibilità eliminando tutte le certezze, non cercando tuttavia alcuna fine ma soltanto l’infinito. Dieci giri di tremenda bellezza nel cuore di questo nostro paese che negli stessi giorni celebra la patrona Sant’Anna, facendo di tutto questo sacro e di tutto questo profano lo stesso sentimento collettivo, lo stesso atto di fede di una comunità che celebra la propria storia, che assolve ai rituali che mantengono splendente il culto dell’appartenenza.

L’incipit della corsa è questo: sentire il battito intimo della folla attraverso il suo respiro e sapere tutto quello che serve sapere. Da Piazza Margherita si parte alla volta di via Roma, un tratto pianeggiante di sampietrini che nella seconda parte s’innalza con una dolcezza quasi perfida, iniziando a mostrare ciò che accadrà qualche centinaio di metri dopo: Via Mario Levante. L’avvenire sarà denso di avvenimenti, ma se qui non ne sanno ancora niente, là neppure. Una salita di poco più di 200 metri, così breve e così crudele, senza scampo e senza respiro, addirittura sensuale; una salita che diventa una sorta di rituale sciamanico di purificazione in cui si arriva alla fine come si giunge alla fine della conoscenza di tutte le cose, quindi di sé stessi, giacché le cose sono soltanto i limiti della specie umana. La conoscenza si mostra come una danza instabile, una corsa morbida, che coincide con l’arte dell’adattamento all’esistenza, ed è riassumibile nella capacità intuitiva dell’essere umano che diventa gazzella, diventando altresì capace di vedere figure provvisorie di leone disponendo soltanto di frammenti che non stanno fermi. Una salita che dà la dimensione di un percorso di gara che rimanda alla selva oscura del Sommo Poeta, senza però la guida preziosa e sicura di Virgilio. Senza Virgilio bisogna arrangiarsi, ed è quindi necessario portare un mantra da recitare continuamente: controllando il respiro si possono controllare le parole, quindi le cose.

Offerte le proprie preghiere alla bellezza che del terribile è sempre il principio, si scende verso Via Cavour, girando poi per Via Vittorio Emanuele, come se la fine della notte non fosse bianca, come essere andati – nello stesso tempo – dapprima verso il proprio estremo dolore e ora verso la propria suprema speranza. Finito il lungo tratto in sampietrini, come l’amore che apre ogni cosa, si entra in Corso Umberto Primo, si ritorna – volando ancora tra due sciami colorati di passione – verso Piazza Margherita, alla fine che è anche l’inizio. Ogni cosa ha una fine, un altro inizio, e questo fa diventare il tempo importante. I sampietrini lasciano il passo alla pietre laviche, desiderose di ardire con l’altrui ardore; nel campo olistico, la pietra lavica nera è considerata un potente amuleto di radicamento e protezione, le viene attribuito il significato di infondere forza interiore, coraggio e stabilità. Tornando in Piazza Margherita va a scoprire la verità soltanto chi ha accettato la sfida dell’inaspettato, ha sfidato l’ordine prestabilito, ha solcato ancora una volta il mare.

Questo è il mio sentimento, questo è quello che ho vissuto nell’edizione in cui ho partecipato a questa corsa, la corsa con la quale sono cresciuto sin da piccolo, la corsa nella quale ho visto i miei miti dell’atletica alzare le braccia al cielo, la corsa che ho vinto nelle categorie giovanili, la corsa dei miei sogni. Ho compiuto il mio personale atto di lettura di un testo ancestrale, spesso sacro e talvolta profano, attraverso lo sport della mia vita nel posto della mia vita. Leggere significa divinare le tracce dell’aria, in una ricerca di cui sono visibili soltanto le ombre e ineffabile si fa sempre la preda. Una rincorsa priva di percorsi prestabiliti, una corsa senza meta, senza spiegazioni definite, il cui traguardo è la perenne attesa di quel dato momento, il momento in cui le coordinate del cuore descrivono la geografia dell’amore, quell’attimo di gioia che raggiungiamo e che non sappiamo di aver raggiunto se non quando il futuro sarà irrimediabilmente passato.

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