Per il centenario dei ragazzi del ‘26

(Di Massimo Genchi) – Koenigsberg – oggi Kaliningrad – fu la città della Prussia orientale dove nacque il grande filosofo Immanuel Kant. E questo lo sanno tutti. Ciò che non tutti sanno è che Koenigsberg, nel corso di pochi decenni dell’Ottocento, diede i natali a un numero impressionante di grandi uomini di scienza: matematici, fisici e chimici. è quantomeno singolare che in una cittadina di circa settantamila abitanti si sia potuto verificare un tale fenomeno. Da noi, nel nostro piccolo, per certi versi, è successo qualcosa di altrettanto singolare, benché neppure lontanamente paragonabile a quanto accaduto a Koenigsberg. Nel corso del 1926 – esattamente cento anni fa – a Castelbuono nacque un considerevole numero di bambini destinati ad assurgere a notorietà o a diventare personalità di rilievo nel microcosmo del paese, e non solo.
La fotografia qui pubblicata, ritrae una classe delle regie scuole elementari di Castelbuono con i bambini schierati, come di consueto, all’interno del Chiostro di San Francesco, lungo il fianco della chiesa. In quell’epoca, le sezioni maschili erano, quasi sempre, allocate a San Francesco, le femminili alla Badia. Siamo attorno al 1934 e si dovrebbe trattare, ma non è certo, di una terza elementare. è certo, invece, che il maestro, benché non ritratto, era Giovanni Mazzola e il fotografo Totò Failla, autore di tantissime altre foto di scolaresche di quegli anni.
Ho sempre osservato questa foto con estremo interesse e curiosità perché mi sarebbe piaciuto sapere molto di più dei 37 (!) bambini di questa classe. Molti li ho individuati, i rimanenti chissà chi erano e che fine hanno fatto. Qualcuno magari sarà morto ancora ragazzo, altri saranno diventati pastori, contadini, carrettieri, carbonai, artigiani, preti, professionisti. Via via che li individuavo, si andava confermando il dato che, in prevalenza, erano ragazzi nati nel 1926, cento anni fa. Una età impressionante per gli spensierati bimbi ritratti, soprattutto perché molti li conobbi ancora giovani, e a tutt’oggi non riesco a realizzare come sia potuto passare tutto questo tempo.
Insomma, sono partito dalla constatazione che in quella classe, diversi alunni sarebbero diventati delle personalità, dei nomi in vista nella Castelbuono del secolo scorso. Sono partito da lì e, come sempre, da cosa nasce cosa. Ho consultato il registro dei nati nel 1926, scorrendo il quale emergevano nomi davvero notevoli; ciò ha ispirato questo atipico scritto per i ragazzi del ’26 che quest’anno tagliano il traguardo del secolo.
Partiamo dalla foto di copertina, nella quale, terzo da sinistra in piedi è Santi Cucco, a lungo insegnante prima a Bergamo, poi nella locale scuola elementare; uomo di montagna, di sport e attivista politico del MSI di cui, negli anni Sessanta, fu rappresentante in consiglio. Io mi sentirei di affermare di non avere mai visto foto di calcio, sci e atletica, scattate negli anni fra i Quaranta e i Cinquanta, in cui Santi Cucco non fosse presente. Sembrava nato per lo sport, nella fattispecie per la corsa. I suoi compagni di scuola del magistrale di Petralia ricordavano che, più e più volte, partì di corsa da Petralia alla volta Castelbuono, lungo il percorso di montagna che da Portella Mandarini, conduce a Gonato e quindi a Liccia, senza mai fermarsi, sempre con la stessa andatura: un maratoneta. Fu una delle bandiere del Castelbuono del pallone in cui militò per più di un decennio, vincendo i due Tornei delle Madonie del 1958 e 1959.
Sulla panca, quarto da sinistra è Ottavio Scerrino, destinato a diventare un affermato e valente medico. Dopo la laurea, infatti, vinse il concorso per i ruoli di ufficiale medico nel Corpo Sanitario Aeronautico, in seguito al quale venne assegnato all’aeroporto militare di Boccadifalco. Anni dopo, fu trasferito a Napoli dove prestò servizio per un decennio. Qui coronò la carriera, congedandosi con i gradi di generale nella qualità di Direttore Sanitario dell’Accademia Aeronautica.
A seguire, sesto da sinistra, è Gioacchino Genchi, professore di matematica e fisica, dapprima assistente di calcolo delle probabilità nell’Università di Palermo, quindi docente per oltre trent’anni nel prestigioso Liceo Mandralisca di Cefalù dove il laboratorio di fisica è a lui intitolato. Nel 1968 pubblicò due volumi di problemi geometrici risolti e discussi per via sintetica, cioè senza l’ausilio dell’algebra. Fra i fondatori della locale sezione del PCI nel 1947, fu assessore al bilancio della seconda giunta guidata da Gino Carollo (1956-1960). Nel 1973, con Antonio Castelli, Mario Obole e Enzo Sottile, attraverso la ormai famosa Lettera ai castelbuonesi denunciò le speculazioni edilizie, il degrado urbanistico e il saccheggio del patrimonio boschivo comunale perpetrati in quegli anni.
Tre posti più in là, il bimbo con la giacchetta a doppio petto è Pietro Mitra, brillante medico e professore, che sarebbe diventato un luminare della neuropsichiatria. In realtà, Pietro Mitra risulta nato nel 1927 ma ciò si deve solo alla consuetudine di allora di rivelare nel nuovo anno i bimbi nati negli ultimi giorni dell’anno vecchio. Dopo avere ricoperto il ruolo di direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Palermo, diresse il reparto di Psichiatria dell’Ospedale Ingrassia, del quale divenne direttore sanitario. Fu anche consulente neuropsichiatra nell’ospedale Buccheri La Ferla, senza dimenticare l’altrettanto significativa attività di ricerca scientifica che supportò la sua lunga carriera. Per tanto tempo, in paese, dove godette di fama e prestigio straordinari, volendo asserire che qualcuno non fosse del tutto a posto di mente si solette dire: Si ccosa di purtàriti nni Pietru Mitra. In effetti, anche oggi, ci sarebbe qualche non immeritato cliente da sottoporre alle cure del professore Pietro Mitra.
Ultimo seduto, all’estrema destra, ma sarebbe stato sorprendente il contrario, vista la sua indefettibile fede politica, Antonino – Ninì – Di Giorgi, per tutti don Ninì, uomo dalla battuta fulminante, fu senza alcun dubbio un personaggio di primissimo piano nella scena pubblica del paese della seconda metà del Novecento. La sua sartoria, sita all’angolo di sud ovest della chiazza nnintra, fu un porto di mare in quanto sede della biglietteria della SITA, poi dell’ISTA (prima di trasferirsi in Largo XVIII aprile e, infine, in via Giardini man mano che le stazioni dei postali venivano allontanate dal centro del paese). Ma quella sartoria fu soprattutto un ritrovo di amici, di juventini (ma non solo) e di missini (ma non esclusivamente), insomma una agorà all’interno dell’agorà. Per dire che allora, diversamente da oggi, pur rimanendo fermi nei propri principi, si poteva essere fraterni amici sia pure con idee politiche diametralmente opposte. Ma era un altro paese, sicuramente più vivo, vivace e sano di quello attuale. E questo, ormai, lo sanno anche i paracarri.
Il bimbo seduto in basso a sinistra è Leonardo Sferruzza, che ben presto sarebbe diventato un provetto maestro meccanico. Dalla sua celebre officina di via Cefalù, una clinica per camion, macchine e motori, fin dagli anni Cinquanta stracolma di apprendisti e collaboratori, sarebbero venuti fuori quasi tutti i meccanici delle successive generazioni. Mastro Nardo, nel solco della versatilità dei maestri artigiani di allora, fu anche appassionato musicista, suonatore di strumenti a corda ma anche co-autore di tantissimi copioni carnevaleschi messi in scena dal fratello Cosimo in eterna coppia con Vincenzino Minà, co-gestore del Cine Teatro Le Fontanelle e notissimo commerciante nella strata longa (con il linguaggio ridicolo di oggi si dovrebbe dire imprenditore), anch’egli un ragazzo del ’26.
Per rimanere nell’ambito artistico-artigianale, non si può non menzionare Gino Carollo, cugino dell’esponente comunista e figlio del noto poeta popolare Giovanni, che fu un valente ebanista ma soprattutto uno straordinario musicista, polistrumentista, virtuoso del violino, della fisarmonica, dell’armonica a bocca, del basso e della tromba, che molti ricorderanno in diverse formazioni, a partire dalla jazzistica Indemoon con il fratello Nicolino, altro grande musicista polistrumentista, fino a quelle più recenti, in trio con Peppino Mazzola e Mimì Guarcello.
In un periodo come quello dell’immediato secondo dopoguerra, proseguire con gli studi universitari era proibitivo, e solo pochissimi lo fecero. Infatti, dei nati in quell’anno, oltre ai tre già visti, pare abbiano conseguito il titolo accademico soltanto Vincenzo Tumminello, diventato veterinario nel comune di Castelbuono (dove era anche un ufficio di anagrafe bestiame), in un’epoca di pastorizia imperversante in cui bisognava visitare, per i controlli, centinaia di capi di bestiame nelle vecchie mànnare di Piazza Castello. E poi Alfredo Mario La Grua, che conseguì la laurea in lettere. Fu professore, poeta, scrittore, pubblicista, attivista politico e consigliere comunale del MSI a Castelbuono fra gli anni Sessanta e Settanta, ma anche sindaco di Cefalù dal 1993 al 1997. Fra gli animatori culturali più attivi di Castelbuono negli anni Cinquanta, dopo la lunga collaborazione con il giornale Le Madonie, fondò a Cefalù il Corriere delle Madonie, che si pubblicò per un trentennio. Fu autore di diversi libri fra i quali Polittico castelbuonese (1983), nel quale con accurata descrizione viene rappresentato il paese con prospettiva a volo d’uccello, attraverso gli anni lontani della sua gioventù. In questo libro si elabora l’assai discutibile concetto della castelbuonesità, da tanti certamente frainteso o, peggio, usato in maniera distorta e speculativa. Ideale appendice a questo suo apprezzato volume è Percorsi a piedi, percorsi della memoria, realizzato in tarda età, dove La Grua, in maniera retrospettiva, si sofferma sulle prese d’acqua dislocate nei vari quartieri del paese che, oltre a punti di approvvigionamento idrico, furono punti di aggregazione, sorgenti di socialità, di solidarietà, che contribuirono ad accrescere il senso di comunità che a lungo tenne legati gli abitanti del nostro paese.
A parte i pochissimi laureati, molti ragazzi del ’26, avendo proseguito il corso degli studi, al pari di Santi Cucco, divennero insegnanti nelle scuole elementari. Ciò perché, l’economia del secondo dopoguerra faceva sì che anche i ragazzi più portati per lo studio, piuttosto che andare all’università, venissero indirizzati a frequentare l’istituto magistrale cosicché a diciotto anni potessero essere inquadrati nei ruoli e godere dell’auspicata stabilità economica. Naturalmente, si teneva nella dovuta considerazione che in quegli anni, la richiesta di maestri elementari era enormemente maggiore rispetto a quella di professori di scuola media inferiore e superiore.
Così accadde anche per tanti di essi, a partire da Giuseppe Viglianti, il famoso maestro Viglianti, noto per avere applicato le teorie della probabilità di Pascal al gioco delle carte, a Mimì Bonomo, maestro con l’inclinazione per la matematica, in grado di costruire dei gruppi classe bene attrezzati per affrontare gli studi medi, a Vincenzo Minutella, il futuro padre Minutella, un maestro ostinatamente convinto della centralità della lingua italiana e della cultura, ai fini della formazione dei giovani, tanto che – a metà degli anni Sessanta – fu il promotore della istituzione a Castelbuono del liceo scientifico, segretario del quale, per lungo tempo, fu il rag. Vincenzo Città, anche lui, manco a dirlo, ragazzo del ’26.
E poi Peppino Puccia il quale, ancora studente all’istituto magistrale, intraprese la carriera di fotografo professionista che continuò anche durante i suoi anni di insegnamento a Castelbuono. Fotograficamente, Peppino Puccia precorse i tempi, dal momento che le fotografie le vedeva e le costruiva nella mente prima ancora che nel mirino della macchina fotografica. Se ne conoscono tante da lui realizzate che si potrebbero esibire a testimonianza di ciò. Nel 1949, Tano Ventimiglia – che tornava dall’America – coinvolse il giovane Peppino Puccia, essendo entrambi amanti della fotografia, della montagna e dello sci, in un progetto ambizioso che prevedeva la realizzazione di un album fotografico illustrato con immagini peculiari del paese e di vita paesana, da vendere ai nostri compaesani d’America. Il ricavato sarebbe dovuto servire per attrezzare i campi di sci di Cataggiddebbi. Purtroppo il progetto non si concretizzò, ma per fortuna gran parte delle fotografie scattate all’uopo da Peppino Puccia si salvarono, permettendoci di avere piena contezza del talento di questo ragazzo che, però, preferì continuare ad insegnare piuttosto che prodursi in altri mirabili scatti fotografici.
Coetaneo e cugino di Peppino Puccia era Peppino Carollo, anche lui fotografo di talento e titolare per un certo intervallo di tempo dello studio fotografico che era stato del padre. In quel periodo, alla fine degli anni Quaranta, le fotografie a Castelbuono erano appannaggio esclusivo degli studi Puccia e Carollo. Anche Peppino Carollo, al pari del cugino, aveva un occhio felice ma anche lui, come il cugino, ben presto decise di abbandonare l’attività di fotografo per quella, allora fortemente innovativa, di rivenditore di elettrodomestici, televisori, radio e magnetofoni.
Giuseppe De Luca, recentemente commemorato nel centenario della nascita, chiaramente fa parte del novero dei ragazzi del ’26. Insegnante di comprovata fama e competenza, insegnò nelle nostre scuole elementari ininterrottamente dal 1947 al 1985. Nel 1956, fu decorato dal Presidente della Repubblica Gronchi con medaglia di bronzo come benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte. Anche Pippo De Luca, come l’amico Alfredo La Grua, fu attivo e fattivo animatore del panorama culturale degli anni Cinquanta. Studioso a tutto tondo, mostrò particolare interesse per gli aspetti legati alle tradizioni e alla cultura lato sensu del nostro paese. Alla fine del servizio didattico, cominciò a pubblicare sul giornale Le Madonie i materiali meticolosamente raccolti nel corso di una vita di infaticabili ricerche, d’archivio e sul campo. Nacquero così i celebri Foglietti al chiodo, bozzetti di vita tradizionale paesana relativi ai primi decenni del Novecento e le biografie di Francesco Minà Palumbo, Luigi Failla Tedaldi e Antonio Minà La Grua, oggi riuniti in volume e pubblicati col titolo Pagine dalla memoria. Storia e storie del passato castelbuonese, uscito in occasione del suo centenario.
E, a proposito di memorie, tradizioni, di storie del passato, saghe familiari, che andrebbero, piuttosto che dileggiate, fatte uscire fuori, per capire da dove veniamo, per reimpossessarci di ciò che stiamo perdendo irrimediabilmente, su un solco analogo a quello tracciato dal maestro Pippo De Luca si situa il lavoro di ricerca delle proprie radici condotto da Vincenzina Ippolito Polisi, unica ragazza del ’26 (spero di non averne involontariamente tralasciato qualcuna), anche lei apprezzata maestra per le sue indubbie capacità umane e culturali, che insegnò nelle locali scuole elementari per oltre trent’anni. Anche Vincenzina Ippolito, come i suoi colleghi De Luca e La Grua, ha affidato ciò che è affiorato dalla sua memoria alle vive pagine di tre bei volumetti: Frammenti di memoria, Il presente del passato e Come i sassolini di Pollicino,che vanno a impinguare la produzione e l’operatività di questo gruppo di eterni ragazzi che hanno lasciato bene impresse le tracce del loro passaggio.

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