Quando il capovaccaio nidificava nella Rocca di Gonato

(Di Massimo Genchi) – Sinceramente, al pari di tutti i disinteressati amanti della natura e delle Madonie, non si può non accogliere con grande gioia la notizia secondo la quale, dopo quasi cinquant’anni, il capovaccaio è ritornato a nidificare sulle Madonie. E la soddisfazione è ancora maggiore dato che il notevolissimo risultato è stato ottenuto non certo per l’impegno dei talenti dell’inettitudine e della vanagloria, asserragliati nei vari e inutili CdA, quanto per l’opera ostinata, distante dai vuoti rataplan mediatici, di varie associazioni e fondazioni naturalistiche e dei loro attivisti. Detto molto francamente, non sarebbe potuto essere diversamente.

A integrazione della importante e bella notizia, non è inutile riportare qui di seguito qualche breve nota prelevata da articoli, sia storici che recenti, su questo simpatico rapace, riferite al suo passaggio annuale sulle Madonie.

Il capovaccaio è un rapace migratore da tempo a forte rischio di estinzione. In Italia sono censite soltanto poche coppie nidificanti (nel resto del suo areale la situazione non è migliore), distribuite nel meridione della penisola e più che altro in Sicilia. Già nei primi decenni dell’Ottocento il naturalista Luigi Benoit, nella sua Ornitologia siciliana, scriveva che solo qualche coppia rimane a nidificare in Sicilia e, appena qualche decennio dopo, nei primi anni Settanta, lo zoologo Pietro Doderlein lo considerava già raro, con appena qualche coppia nidificante.

Nel Catalogo degli uccelli delle Madonie (1853) Francesco Minà Palumbo così lo descrive: «Il capovaccajo è di passo periodico, viene fra noi in aprile, e propriamente dopo la pasqua, da cui prende forse uno de’ nomi volgari; in tal epoca frequenta le mandre delle vacche e de’ vitelli, e prende diletto posarsi sulle schiene de’ medesimi né gli animali si spaventano, né se ne inquietano. è un uccello molto vigilante , quindi difficile ad essere ucciso, i nostri pastori lo rispettano credendo che cibasi di alcuni insetti che sono sulla schiena di animali bovini. La maggior parte seguitano il loro viaggio, pochi nidificano sulle Madonie, una coppia ha molti anni che costruisce il nido in una crepaccia del balzo di Gonato; nella fine di luglio ho veduto questo uccello nelle praterie della Canna e di Pomieri fra gli armenti di vacche».

Dunque, in base a quanto riportato da Minà, alla fine di luglio, questo uccello si poteva trovare ordinariamente fra le praterie, cioè nei prati a pascolo della Canna e dei Pomieri, in mezzo alle tante vacche alla pastura. Oggi, 29 luglio, alla Canna e ai Pomieri non ci sono più vacche, ormai solo un lontano e struggente ricordo, non ci sono più i prati a pascolo ma solo le spine della Centaurea soltitialis – aprùocchi – che sfiorano i due metri di altezza, conferendo al paesaggio un’aria desolata e spettrale. Tutto questo mentre una manica di personaggi di infimo livello, attraverso vuoti e martellanti post mielosi e larghi sorrisi assolutamente inespressivi, cerca di trasmettere il rassicurante messaggio che sulle Madonie dal punto di vista naturalistico va tutto a gonfie vele. Come no!, a cominciare dall’areale del basilisco, a proposito di prati a pascolo, che si è ridotto a una percentuale assolutamente risibile. Ormai, l’endemica ferulacea è sparita anche dai siti storicamente più ubertosi. Però, anche se non si è capito per quale ragione, questi continuano a ridere. Farebbero bene a tenere ben presente, anziché ridere, di essere corresponsabili della distruzione di un paradiso naturalistico. Ma ritorniamo al capovaccaio, sperando che almeno lui si possa salvare da questo olocausto ambientale.

Dopo l’uscita del catalogo degli uccelli, Minà il 3 giugno 1857, probabilmente dopo averlo imbalsamato e inserito nella sua ricca collezione ornitologica, oggi del tutto perduta, lo raffigura e la tavola, assieme a tantissime altre, viene inserita nell’Iconografia della Storia naturale delle Madonie. La denominazione popolare del capovaccaio è pasqualinu attestata a Castelbuono, Collesano e San Mauro da Minà (1853) e a Gratteri, Isnello, Polizzi, Castellana e Soprana da Sottile&Genchi (2011) oltre a vuiaru a Caltavuturo e Alimena. La motivazione del nome dialettale pasqualinu, come suggerisce Minà, quasi certamente è dovuto al fatto che il suo arrivo in Sicilia, fra la fine di marzo e i primi di aprile, coincide con il periodo pasquale. Il capovaccaio costruisce il nido in pareti rocciose e quasi sempre poco accessibili, utilizzando lane di capra e di pecore, e deponendovi uno o due uova. L’alimentazione del capovaccaio è costituita da animali morti e per tale ragione il nostro rapace è ritenuto uno spazzino ambientale.

Sulla base degli studi sistematici condotti negli anni Settanta del Novecento, da Bruno Massa, Salvatore Seminara e altri, risultò che in Sicilia, in quel momento, erano note almeno venti coppie di capovaccai, di cui almeno dieci nidificanti. Subito dopo, fra gli anni Ottanta e Novanta le coppie scesero a tredici e fra il 1993 e il 2006 addirittura a nove. Oggi si stima che le coppie possano essere circa cinque. Le cause di mortalità note sono prevalentemente da ascrivere al selvaggio bracconaggio a scopo di collezionismo ma anche a quello scellerato e distruttivo che con premeditazione impressionante consente la preparazione di bocconi avvelenati, come è successo negli anni Sessanta quando in questo barbaro modo venne eliminata una coppia nidificante da lungo tempo sulla parete rocciosa che si erge alle spalle di Gratteri (Seminara, 1985).

Le conclusioni degli autori, già trent’anni fa, circa il futuro del capovaccaio erano che «è difficile fare ipotesi sul suo futuro, ma è indubbia la necessità di intraprendere con urgenza azioni per la sua conservazione». Oggi queste azioni mirate hanno dato i primi risultati sperati ma, ovviamente, si è lontani dalla inversione di rotta anche perché, come è stato rilevato da Ientile e Massa (2009) «si sono verificati periodi di 2-3 anni consecutivi in cui diverse coppie si sono riprodotte portando all’involo  due giovani e periodi in cui la maggioranza delle coppie non ha avuto successo riproduttivo». Quindi per l’anno prossimo speriamo che la schiusa delle uova dia ancora buon esito, perché come si è appena detto ciò non è certo. La strada è ancora lunga e il lavoro da fare tanto. E anche le insidie non sono poche.


Riferimenti bibliografici

AA.VV., Atlante degli uccelli nidificanti in Sicilia (1979-1983). Palermo, 1985

AA.VV., Atlante della biodiversità in Sicilia. Vertebrati terrestri. Palermo, 2009.

Benoit Luigi, Ornitologia siciliana. Messina, 1840.

Doderlein Pietro, Avifauna del modenese e della Sicilia. Palermo, 1869-74.

Minà Palumbo Francesco, Catalogo degli uccelli delle Madonie. Palermo, 1853.

Sottile Roberto-Genchi Massimo, Lessico della cultura materiale delle Madonie. Palermo, 2011.

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