Randagismo, numeri e sentenze: quando la verità rimette le cose a posto

(Riceviamo e pubblichiamo) – C’è una categoria di persone che vive di memorie selettive e digestione lenta: quelli che si svegliano solo quando sentono l’odore del fango e spariscono dai radar non appena torna a splendere il sole.
Quando nel 2020 Michele Macaluso decise di trascinarmi in tribunale, pareva fosse scoppiato lo scandalo del secolo. Titoli a effetto, sguardi d’intesa per strada e la notizia della querela rimbalzata con tempismo svizzero sui giornali online del territorio, a partire da Castelbuono Live. Era la festa del paese: finalmente la voce scomoda dell’associazione animalista veniva portata alla sbarra.
Poi, al primo round, arriva la condanna. Lì la giostra è andata a mille: niente paginate epocali, per carità, ma il passaparola da bar dello sport si è messo in moto con un’efficienza degna delle agenzie di stampa. “Avete visto? Francioso è stato condannato, deve versare migliaia di euro a Macaluso, le sue denunce erano tutte infondate!”. Quella sentenza provvisoria di primo grado è diventata la copertina di Linus di un bel mucchio di persone, agitata in aria come una patente di rispettabilità per chiudere la bocca a chi osava chiedere trasparenza sulla gestione dei randagi.
Il bello viene adesso. Qualche giorno fa, durante una discussione pubblica sulla complessa gestione del randagismo in Sicilia, mi sono trovato davanti l’ennesimo interlocutore con la memoria rimasta ferma al 2025. Con un sorrisetto a mezza bocca mi fa: “Ma tu con che coraggio parli ancora, che sei stato condannato e devi sborsare un patrimonio per quello che dicevi sui canili?”. Gli ho risposto con calma facendogli presente che la Corte di Appello di Palermo ha ribaltato tutto con un’assoluzione piena e tombale. La reazione? Lo smarrimento totale: “Mah, la versione che sappiamo noi in giro è un’altra”.
Ecco come vanno le cose: se c’è da commentare una condanna in primo grado si alza subito la voce; se poi arriva un collegio di magistrati d’appello a cancellare tutto e a riconoscere la piena legittimità di quanto denunciato, improvvisamente cala la nebbia, nessuno legge più le carte e tutti fanno finta di non sapere. Visto che la memoria dalle nostre parti è corta e va rinfrescata, il capitolo finale lo racconto io. Senza inventare mezza virgola e senza fare poesia, ma sbattendo sul tavolo gli atti giudiziari firmati in nome del popolo italiano.
Nel processo c’è stato un passaggio che fotografa alla perfezione l’intera vicenda. In aula è stato ascoltato un cittadino qualunque, una persona senza legami personali con me, che ha raccontato sotto giuramento un fatto documentato agli atti: dopo aver adottato dei cani ospitati nella struttura convenzionata, si è sentito rimproverare da Macaluso. La frase detta in faccia a quell’adottante è rimasta scolpita nei verbali d’udienza:
«Però stavolta non ne prendere più perché io comunque sia sto perdendo soldi».
Un’ammissione chiarissima, messa a verbale, che spiegava come incidevano le rette giornaliere sulle dinamiche di gestione. Eppure, in primo grado quel dettaglio fondamentale era scivolato via senza peso, mentre io venivo condannato a pagare multa, risarcimento e spese legali.
Davanti alla Corte di Appello di Palermo le cose sono cambiate radicalmente. I giudici di secondo grado hanno cancellato totalmente la decisione del Tribunale di Termini Imerese: mi hanno assolto con formula piena perché il fatto non costituisce reato e hanno azzerato all’istante ogni condanna a risarcimenti e spese legali a favore di Macaluso.
La Corte ha messo nero su bianco che le mie parole, i miei video e le mie denunce non erano affatto offese gratuite fine a se stesse, ma una presa di posizione ferma su una questione di primario interesse pubblico. E nel motivare l’assoluzione, i giudici hanno ripreso proprio quella testimonianza: hanno evidenziato che le mie denunce avevano un fondamento reale ed erano confermate dal racconto di chi si era sentito dire di non adottare più cani per non far perdere introiti alla struttura.
Ma non solo. Dagli atti acquisiti in Appello è emerso con chiarezza il quadro oggettivo delle strutture gestite da Macaluso: ordinanze sindacali ufficiali che attestavano negli anni un costante superamento dei limiti numerici autorizzati per legge nei rifugi di Isnello e Petralia Sottana.
A questo si sono aggiunti i dati contabili portati in dibattimento e confermati dal comandante della Polizia Municipale: quando il Comune di Castelbuono teneva i propri randagi affidati a quelle strutture, la spesa arrivava a circa 90 mila euro all’anno; non appena gli animali sono stati trasferiti altrove incentivando adozioni e percorsi alternativi, il costo per la comunità è sceso a circa 7 o 8 mila euro all’anno.
I giudici d’Appello hanno tirato le somme in modo netto: quando ho denunciato la gestione del settore e gli interessi economici collegati, agivo nella piena e ragionevole convinzione della veridicità di ciò che esponevo, basandomi su riscontri oggettivi. Nessun reato. Nessun risarcimento. Sentenza ribaltata.
Metterci la faccia comporta tensioni, notti insonni, spese per difendersi e attacchi ingiusti. Ma le chiacchiere da bar durano lo spazio di un caffè; le sentenze e gli atti ufficiali restano scritti per sempre.
A chi ancora va in giro a raccontare la favoletta della mia condanna per screditare le mie denunce, do un solo consiglio: andate a leggervi la sentenza della Corte di Appello di Palermo. Lì troverete la realtà certificata nero su bianco. Tutto il resto è solo rumore di fondo.
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