SCUOLA E SCOLARI D’UN PASSATO. digressione storico-fiabesca

Pubblichiamo questa «digressione storico-fiabesca» del maestro Giuseppe – Pippo – De Luca (1926-2001) del quale, in occasione del centenario della nascita, nel giugno scorso, è stata pubblicata una apprezzatissima raccolta di scritti, molti dei quali relativi alla cultura popolare, alle tradizioni, agli «usi e costumi» dei castelbuonesi. Il presente significativo contributo, una riflessione fatta da autorevole addetto ai lavori, da “dietro la cattedra”, rimembrando i tempi lontanissimi e grami che lo videro fra i banchi, non inserito nella recente pubblicazione, comparve su Le Madonie, nel numero del 15 ottobre 1972.
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(Di Giuseppe De Luca) C’era una volta… in un passato non proprio remoto, in un paese con suoi usi e costumi, una scuola con degli scolari. Rivivendovi col pensiero, i sensi si riscuotono e fremono contemporaneamente tutti e cinque.
La lingua, nell’imbarazzo della scelta dell’argomento d’inizio, ruminando fra denti e palato, cerca di ritrovare il gusto dei «pizzichintì», duramente gommosi ma zuccherini, oppure il sapore ormai dimenticato della lunga e scura collana di piccole pere, acerbe e asprigne, asciugate in maturazione al sole di agosto.
L’olfatto si ripizzica nel caratteristico odore del1’anilina di quell’inchiostro turchino che, con le sue macchie dalle sfumature violacee e verdastri, tanti guai procurò a mani, quaderni e vestiti.
La pelle si accappona per le vibrazioni di un famoso bastoncello magistrale, lungo lungo, che ufficialmente destinato come indicatore di carte geografiche, serviva pure a far funzionare meglio occhi ed orecchie infantili; e che, quando in casa se ne fossero dichiarate, soggettivamente, le sue recenti imprese occasionali, procurava un tale supplemento di carezzevoli incontri con un suo simile rivale, di proprietà paterna, che scompariva defìnitivamente la voglia di parlarne.
L’udito riecheggia della cadenza flessuosa, di questo arnese che, imponendosi come un fuorilegge, qual era, costituiva però un insostituibile strumento di lavoro e che, per meno che potesse fare, alternava le sue battute ritmate sul massiccio e affumicato tavolo tarlato alle ritmiche pause della voce squillante del signor maestro. E gli occhi? Quante cose rivedono!…
Rivedono le rare aristocratiche cartelle di fibroso cartone «marrò» e la «vurza», la popolare generica «vurza», di grossa tela dall’indefinibile colore, a chiazze caratteristicamente sporche: all’occorenza serviva, a piacere, anche da «sacchina» per la raccolta delle castagne o per «cucciari» olive nei feudi della zona: portandola appesa gloriosamente a tracolla con una cordicella, vi si infilavano enormi e disparate quantità di cose.
Dentro la «vurza» stava il libro di Stato, così detto perché unico in tutta Italia (non perché lo Stato lo fornisse gratuitamente); unto e bisunto, rilegato solidamente, di solito si tramandava da una leva all’altra. Nella «vurza» si conservavano le preziose collezioni di quaderni da dieci centesimi con la foderina monocromatica, quasi trasparente per via dell’autarchia (oh! i cari quaderni dalla carta paglina! uno per «materia»: temi, poesie, esercizi, componimenti mensili, equivalenze e riduzioni, problemi ed operazioni); e inoltre il «quaderno grosso» dalla copertina nera, il quale maturava le «regole» e gli «appunti». delle «nozioni varie» e poi la carta assorbente color ciclamino (beato colui che ne possedeva un foglio pulito e sano!); l’asticciuola dalla vernice tricolore col pennino «lancia» in punta, per il quale bisognava stare molto attenti; il «nettapennino» a ritagli sovrapposti di stoffa policroma (che per qualche privilegiato veniva ricamato elegantemente dalle donne in famiglia); e l’invidiabile «nettapennino» di osso di seppia.
E poi vi si trovavano ancora una gommetta ereditata e una dose di mozziconi di pastelli rosicchiati che, di tanto in tanto, si intrufolavano indisciplinatamente nel fettone o nel focaccino di buon pane casalingo oppure entravano disperatamente nei fichi secchi che, a manate, dovevano servire per la colazione al… sacco (non esistendo a quei tempi alcunché d’attrezzatura per un refettorio scolastico, né pizze o brioches).
Equipaggiamento indispensabile della «vurza» erano, infine, la «mazzuoccula» e il «trentu» per la «mezz’ora di ricreazione» sotto i portici del «chiostro».
Poiché il maestro di quegli anni non pretendeva il grembiule (era suo dovere civico richiedere ben altre cose con la certezza di non ottenerle), gli occhi possono ora filmare, in pittoreschi lampi, il ricordo di certi pantaloni che si offrivano, in visione fulminante, stretti al ginocchio e desiderosi di incontrarsi rapidamente con i calzettoni lunghi di cotone «Andalusa».
I «pidunetti» sferruzzati in casa si vedevano venir su uscenti da un paio di scarponi larghi a dismisura in quanto per «l’età dello sviluppo» risultava economico prevenire con saggezza l’evento naturale della crescita dei piedi. Questo paio di scarponi, di vacchetta conciata al naturale, cuciti «ô rastieddu» in doppia suola, era talmente e ripetutamente imbullettato con «tacce» da mezzo chilo che le gambe pesavano, pesavano e pesavano ma si irrobustivano lo stesso (sebbene incoscienti di vitamine) forse meglio di quanto non succeda oggi, per il motivo, magari, che in campagna sovente erano abituali le antidiluviane «scarpe ‘u pilu».
Da una tasca sformata della giacchetta di lana pecorina, di color noce genuino, pendeva sempre infelicemente la «lazzata» che sottintendeva una «strummula», e ciò cozzava inevitabilmente con il principio pedagogico del maestro che emetteva ruggendo, inesorabile e perentorio, l’ordine del sequestro. Nella tasca tintinnavano in sordina bottoni e «funneddi» strappati con «çiusciuni» furiosi, in accanite lotte corpo a corpo, al compagno di banco; costui, per averne, a sua volta, al fine di rifarsi, staccati alcuni di nascosto alla «buttunera» del calzone nuovo del padre, rischiava avventurosamente la sera, come ninna-nanna, una solenne razione di schiaffi, concludendo pertanto drammaticamente, una giornata infida e burrascosa.
In questo riquadro, di formato comune, nelle brutte giornate di inverno provvidenziava al freddo ed alla pioggia, per alcuni, la mantellina di panno nero o quella rilevaticcia grigioverde militare dell’ultima guerra; per altri invece lo scialletto di lana ruvida delle Madonie, lana filata tra fuso e conocchia e lavorata a mano.
Le mani! Le mani erano incorregibilmente luride, prima di entrare in quelle sottospecie di aule dalla monocola finestra, aule che per solidarietà maleodoravano talvolta di stallatico, di «bbiccumi», di fave bollite e di cicerchie rilessate. E certe mani risentivano per di più della faticaccia delle «chiampare»! In quel passatempo si trattava di sperperare o di moltiplicare il raccolto familiare di mandorle, noci e nocciuole e per questo patimento molti volenterosi vivevano ansiosamente giorni di gioia e di dolore (anche di pancia), giorni che immancabilmente culminavano in generose somministrazioni di olio di ricino.
Né si può dimenticare la diapositiva delle lunghe file di pancromatici banchi, meglio definibili «assi e chiodi»: vi si appollaiavano interi grappoli di alunni (fino a centonove frequentanti si contarono, una volta, nella stessa classe, per tutta un’annata scolastica, perché, purtroppo, allora si ignorava il significato della parola «contestazione» e lo sciopero era vietato dalla legge. In questo legno, che inespressivamente, quindi, si chiamava banco, quando lo scolaro voleva scrivere doveva assumere una posizione tutta propria, indescrivibilmente strana: non era, infatti, lo star seduto e neppure lo stare in piedi; e se era costretto a recarsi alla lavagna, scomodando tre o quattro compagni, che lo lasciavano passare mormorando, erano gomiti e scricchiolii degli assi, sofferenti in tutte le loro giunture che, a pensarci adesso, fanno veramente pena fino ad oggi. C’era anche la improvvisa probabilità di restarvi attaccati ad un chiodo; purtuttavia, per fortuna, a quel che se ne sa non furono tramandati tristi episodi di infezioni tetaniche.
Sulla pulizia generale di alcuni è meglio sorvolare, per carità di patria, chiudendo deliziosamente… occhi e narici. Il maestro aveva un bel predicare al vento! Tutta l’acqua che si consumava si doveva trasportare in casa dalla fonte pubblica. Non era improbabile, dunque, che le «lancedde» di zinco spandessero contemporaneamente e si trovassero perciò in lunga fila presso lo stagnino, in attesa del turno, per essere riparate; poteva poi addirittura capitare che financo lo ziretto di argilla si spaccasse maledettamente nella stessa giornata, sbattendo contro il «cannolo» di ferro
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della fontana, mentre si litigava, in contrasti di precedenza con un ragazzo più forte e prepotente, che ci teneva a titolo di prestigio personale ad avanzarsi in maniera criminale con la sua quartara di rame resistente.
Ma conviene, oggi in tempi di eclettico dinamismo e di rapide metamorfosi, continuare a carrellare in divagazioni poco accreditabili? Non è anacronismo rimuginare irreversibili considerazioni su una leggendaria atmosfera scolastica? Oggi, che ultradiverse e più concretamente poetiche sono le realtà sociali presenti, è educativa una superata prosa fronzuta e barbosa, polemica e paradossale? Oggi che l’individuo, fra sogno e fantasia, aspira a costruirsi frettolosamente il suo avvenire mirando ad obiettivi immediati dalla proiezione grandiosa e imponente per inserirli vantaggiosissimamente, in nome di un malinteso senso di progresso evolutivo, in una inquieta collettività, florida e inappagabile, che poi protesta ad ogni costo, oggi chi si ferma sulle dubbie parole del «matusa» pensieroso che cerca di soffocare il fuoco aggressivo delle cronache di droghe allucinogene con la tenue rugiada di evocazioni primordiali… di un trentennio addietro?

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