Castelbuono d’inizio Novecento nella narrazione di Michele Maria Tumminelli


(Di Massimo Genchi) – Dopo il riferimento di Orazio Cancila al romanzo autobiografico di Michele Maria Tumminelli, proponiamo un breve estratto relativo ad alcuni aspetti della vita paesana di inizio Novecento, come li registrò Tumminelli, fanciullo di famiglia borghese, facendoli precedere da poche righe biografiche.
Michele Maria Tumminelli (Castelbuono 1894 – Milano 1988), figlio del farmacista Mariano Tumminelli, sindaco di Castelbuono nei periodi 1900-1903 e 1908-1909, frequentò il liceo Mandralisca di Cefalù e iniziò gli studi universitari a Palermo.
Partecipò alla Grande guerra e, dopo il 4 novembre, si trasferì a Milano dove si laureò in lettere, nel 1920. Nella stessa città, nel 1923, fondò la scuola parificata De Amicis nella quale introdusse la biopedagogia, una pratica pedagogica da lui stesso ideata e messa a punto. Nel 1939, l’attività pedagogica di Tumminelli, valse all’Istituto De Amicis la medaglia d’oro dei benemeriti dell’Educazione Nazionale.
Fu deputato all’Assemblea Costituente per il Fronte liberal-democratico dell’Uomo qualunque e, successivamente, consigliere comunale al Comune di Milano per il Partito Nazionale Monarchico. Pubblicò, tra gli altri, diversi saggi e libri teorici di pedagogia. Del 1974 è la sua autobiografia Sopra il capo il cielo, Ceschina ed. pp. 763, da cui sono tratti i passi che seguono.

La campanella di Sant’Anna
Dove le colline scivolavano variamente nella grande valle a conca amplissima, che risale poi all’orizzonte, morbida e varia, col verde gentile dei frassini, si presentava l’incantevole poggio su cui si adagia Castelbuono.
Visto dall’alto, quel grosso paese esposto al sorriso del mattino, con quelle case ordinate, con tetti rosati, le strade larghe e lunghe, le piazze vaste con belle fontane grondanti di acqua, i campanili lucenti di ceramica azzurra, le due Matrici – quella vecchia con un bel loggiato romanico e la nuova –, il Castello medievale in bella vista sulla valle delle Signorie normanne, offriva uno spettacolo imponente e intimo; quasi quel colore rosato dei tetti vestisse teneramente l’abitato per conferirgli la porpora di un personaggio umano.
Il Castello, ancorché mutilato delle difese esterne mostrava i segni incisivi del tempo: era imponente e virile. Rimaneva ancora la parte centrale, rivolta a sud come per abbracciare, con l’antico borgo, le colline, i boschi, le montagne, che lo coronavano di un diadema ineguagliabile. […] Ma quello che univa i cittadini al Castello non era la sua storia medievale, legata alla potente casata dei Ventimiglia, e neppure la splendida posizione dominatrice da ogni lato. Era la Cappella palatina, nel lato della torre quadrata, custode della reliquia di Sant’Anna, Patrona del paese e Madre Santa di tutti i castelbuonesi nella piccola patria montana e in ogni luogo della terra si trovassero.
Il prestigio d’amore della patrona era così grande e significativo che, incontrandosi quei cittadini in altre contrade, istintivamente si salutavano con l’invocazione «O Madre Sant’Anna», come appello ad una consanguineità senza distinzione di classe o di censo. […] Tra quella Madre Santa, la gente del paese, le case, le montagne e l’intera valle, c’era quasi una comunione gentilizia, che non era soltanto religiosa, ma di amore antico e incantato, senza misura di tempo.
Sopra la torre un piccolo campanile, costituito da un semplice arco di pietra, reggeva la campanella di Sant’Anna, che segnava tutti i momenti significativi della giornata. Sicché, ognuno regolava con essa il lavoro, gl’incontri, le vicende del suo vivere quotidiano. I ragazzi andavano a scuola al tocco della campanella, alle ore otto e tornavano alle dodici, con altro tocco. E così via. Quella campanella era una voce e a quel balcone, nell’immagine di tutti, era la presenza costante della Madre trepida per quel caro paese rosato. […] Il paese era grande come una città e questa aveva il cuore dolce del borgo, dove tutti si conoscono e la forza dell’amore vince ogni sentimento deteriore.
L’Estate
Per quei ragazzi (che studiavano a Cefalù e a Petralia n.d.r.) – maschi e femmine – l’estate finiva quel giorno delle partenze, che era un po’ come la cerniera fra due mondi: quello che si chiudeva con la fine della scuola, nell’ultima decade di giugno, e quello che prendeva poi l’avvio con i festeggiamenti di Sant’Anna, dilagando, quindi, nelle colline e nei dossi, fino al limitare dei boschi e alle falde dell’Alpe, nelle innumeri «casine». Erano, queste, costruzioni semplici ed essenziali per la villeggiatura e le esigenze agricole. Una via di mezzo tra la villa e la casa di campagna. Di solito, ad uno o due piani. Bisogna anche dire che erano indicative di un livello sociale bene. Ma non era una regola.
[..]
Era quella la stagione dei ragazzi nell’avventura di ogni estate, delle vigne cariche di uva dolcissima, del sole che spaccava le pietre, dei ramarri verdi che correvano veloci nelle strade solitarie, delle capre nel filo dell’ombra a mangiare le foglioline verdi dei cigli e delle siepi.
Tutto entrava nella dimensione delle immagini di una realtà intravista con occhi socchiusi tra sogno e verità: pini alti come templi con le chiome sospese nell’azzurro del cielo, frassini grondanti di candida manna dai tronchi incisi, peri, meli e peschi cresciuti ad alto fusto, senza disciplina, carichi di frutti profumati come in un giardino incantato, meloni dalla polpa dolcissima e cocomeri rossi, sparsi nelle vigne giovani, dove meglio attecchivano.
Le casine odoravano di pane fresco e denunziavano, dove più dove meno, la gioiosa fatica delle donne a preparare pietanze per il desinare e dolciumi di antica tradizione locale, per i ricorrenti festeggiamenti, ora di questo, ora di quel congiunto. La maggior attrattiva della mensa erano i maccheroni, fatti in casa, tirati uno per uno col burino (un’erba alta dallo stelo lungo e duro) e conditi con ragù profumato di erbe aromatiche.
[…]
I capi famiglia salivano al paese alle 12 con l’ombrello chiaro da sole, a piedi o a cavallo. Li accompagnava l’accordo delle cicale e l’aria bassa e vibrante a cerchi per la gran calura. Era faticosa l’erta con quel sole, ma erano felici di quella pace e della villeggiante famiglia. Appena erano in vista, nella trazzera o all’angolo della stradina particolare di quella «casina», veniva buttata la pasta e tutto si animava dell’attesa.
Per i ragazzi era la vacanza lunga, per i genitori era la stessa cosa, nonostante il lavoro non venisse sospeso e a qualcuno pesasse il viaggio del mezzogiorno. Le serate fresche, l’allegria dei giovani, gl’incontri amicali, le invasioni di questa o di quella casina per far festa, i canti, le luminarie, i balli della sera sullo spiazzo, davano un senso di letizia del vivere e un riposo sereno. Le luminarie sullo spiazzo erano frequenti e costituivano un linguaggio a distanza. Sicché, di giorno, i ragazzi non mancavano di raccogliere sterpi e rovi per la luminaria della sera.
Era quella anche la stagione della fiumara, dei bagni nelle acque delle fosse che si formavano alle anse del fiume e alle cascatelle. Qui, un ulivo o un carrubo o le canne del greto facevano ombra e riparo al sole e alla vista. La fiumara offriva molti luoghi solitari e i ragazzi vi confluivano dalle casine e dal paese, allontanandosi presto da casa mentre ancora gli altri dormivano. Bastava un po’ di pane e di cacio per la merenda mattutina.
Come nelle antiche civiltà
Il popolo di Castelbuono era diviso in tre stati, come nelle civiltà antiche: i «civili», che stavano in cima alla piramide ed erano i nobili e i professionisti; gli artigiani e bottegai, con la frangia dei braccianti e apprendisti; i pastori e i contadini. Una categoria a parte formavano i burgisi, proprietari di armenti e mercanti: una gente agiata e saggia. I baroni erano casate ampie, e non era facile distinguere il ramo diretto da quelli laterali. Essi formavano una classe di indubbia distinzione, per tradizione antica ed eredità di sangue; ma senza appariscenza. Una nobiltà che era se stessa. Tutti avevano terre e armenti, sicché la condizione pastorale e contadina era di tutti, come la consuetudine di trattare la coltivazione della terra, l’allevamento del bestiame, i mercati degli animali in occasione delle fiere, che ricorrevano due volte all’anno. Molte di quelle famiglie erano scese nella scala del censo, ma non nella dignità del nome e dell’apparenza.
La nuova condizione rattristava anche i non appartenenti a quelle casate. In certo senso, la dignità nobilesca si estendeva a tutti, quasi fosse patrimonio comune di decoro della comunità. Le cause del declino, talvolta fino alla povertà, erano l’incuria dei propri interessi, l’abbandono del feudo o dei feudi all’amministratore, non del tutto irreprensibile, la graduale vendita dei beni per pagare debiti incautamente contratti; in alcuni casi, la vita in città, dispendiosa, con il contorno di ozio e di inclinazione al gioco d’azzardo. […]
È facile rendersi conto come la stratificazione delle categorie sociali, con quel comune interesse pastorale e contadino e quello studentato al medesimo livello e col medesimo costume, determinassero una osmosi sociale costante e una omogeneità spirituale, che sempre più si chiariva nell’incontro di generazioni. Non altrettanto poteva dirsi del fatto educativo più raffinato, che rimaneva sempre un punto di distacco quasi inconciliabile, per cui rari erano i matrimoni di fanciulle dei «civili» del livello più alto con un professionista di vicina origine pastorale o contadina. Si trattava di un problema d’orgoglio, ma anche, e soprattutto, di educazione formale e sostanziale, che richiedeva alla maturazione più di una generazione. Comunque, la società di quella comunità di gente aveva in sé una mobilità naturale e un vigore nativo, che la elevava naturalmente al livello più alto.
Il paese, come si è detto, era grande ed era distribuito, in gran parte, attorno ad un ampio cerchio di strade che partivano da S. Anna, e tornavano a S. Anna, con diramazioni che scendevano all’antico borgo medievale di Psicò (altro nome di Ypsigro n.d.r.) o salivano a monte, tra il convento dei Cappuccini e la carrozzabile, che dal mare continuava verso i paesi delle montagne alte.
Quelle strade erano il teatro di tutta la vita del paese e del vivere quotidiano di tutti e dei ragazzi in particolare, finché non andavano a bottega o nei campi o a studiare a Cefalù. La strada faceva parte della casa ed aveva un peso educativo e sociale. Nella strada le feste religiose delle devozioni di quartiere, dedicate a questo o a quel Santo, le manifestazioni rituali come quella del digiuno del lunedì di Pasqua con la luminaria e il salto della fiamma, l’incontro dei ragazzi ad ascoltare i «conti» che narravano le avventure favolose di cavalieri medievali, o le storie divertenti di Giufà o quella drammatica di un famoso brigante. Nella strada la banda sostava, a delizia dei rioni, nelle vigilie e al mattino dei giorni festivi, quando faceva il giro del paese. La strada era la casa di tutti, il luogo d’incontro di tutti. La strada era, soprattutto, un bene pubblico dei ragazzi e, nel pomeriggio, delle donne del popolo che bivaccavano, cucendo o rammendando, davanti la propria porta con gli ultimi marmocchi a razzolare lì intorno.
La strada
La strada era anche la sede delle botteghe, dei caffè, del salone da barbiere, delle farmacie. Rimanevano aperte fino ad un’ora di notte. Le farmacie chiudevano anche più tardi e qui confluiva l’intellighentia del paese, distribuita in tutti gli strati sociali e presente, elettivamente, in questa o quella farmacia, come ad un circolo. Nell’alto pomeriggio, alla frescura, cadeva l’ora della passeggiata, compresa quella degli innamorati sotto il balcone dell’amata, più o meno dichiarata. Lo stesso centro di calore sociale si formava presso alcune botteghe di barbieri e di calzolai, i più portati a conversare e a dibattere.
Nella strada, prima di giorno o all’alba, venivano preparati i muli e gli asini per raggiungere col padrone la sede del lavoro in campagna, i carri delle merci del traffico con scalo ferroviario; cominciava l’attività incredibile di Sasà che, all’alba, vendeva il caffè ai partenti per il lavoro; più tardi di poco, svegliava i viaggiatori che partivano con la corriera e ritirava la valigia; più tardi ancora, vendeva il sapone alle massaie. Nel pomeriggio ripuliva i lumi dei lampioni e li riempiva di petrolio; per chiudere all’imbrunire con l’illuminazione delle strade.
Il giorno della partenza dei ragazzi per Cefalù, attorno ai carri erano i parenti di quelli che lasciavano la famiglia per la prima volta. E si può immaginare con quale animo le mamme facevano le ultime raccomandazioni. […] Quando si sedettero sulla sala del carretto, il carrettiere d’un balzo, saltò sulla stanga, diede la voce e il mulo si mosse. Presto venne percorsa la «strada lunga» e, dopo la Piazza del Popolo, furono sullo stradale che apriva, da un lato sugli orti e la campagna, dall’altro costeggiava una stradina sopraelevata su cui una fila di case, umili e povere, dava tristezza alla vista e ai pensieri. La rotabile seguiva il Piano di S. Paolo, sotto il Castello, e il carro aveva l’andatura cigolante e rumorosa di tutti i carri con ruote ferrate, su strade coperte di breccia e allietate di buche, all’attesa di nuova breccia. […] Lo sguardo scendeva come assente sul piano verde di S. Paolo, si fermava alla misera chiesina del cimitero abbandonato [con] l’orrore della grande tomba nel mezzo, scoperchiata e profanata, con i resti dei poveri morti coperti di pietre e di calcinacci. Avanti veniva il cimitero nuovo con un bel viale, solenne di cipressi.
[…]
Pollina
Da San Paolo, dopo il poggio che inclinava nella valle della fiumara, la strada risaliva lenta fra gli ulivi argentei, i frassini ancora con le tracce bianchicce della manna ai tronchi tormentati dalle incisioni, le vigne quasi interamente nell’abito autunnale. Dopo il ponte della fiumara i dossi risalivano verso le cime: da un lato sulla vetta di un pizzo di calcare rossastro, era Pollina, dall’altro le basse montagne alberate di frassini, senza attrattiva panoramica. […]
Quando il carretto fu alla Portella di Montenero, Pollina scomparve e alla vista si offrì una nuova vallata meno ampia e meno ordinata di quella precedente. Correva su di un torrente luccicante di acque nell’incastro del fondo. Sulla destra si levava la «Rocca lupa», una rupe di calcare, a strapiombo, popolata di corvi e di colombacci. La strada scendeva e pareva come sospesa alla costa, senza una uscita che precisasse una continuità geologica. Infine, a una svolta, dopo una fontana di acqua freschissima, che bevvero tutti, ecco il mare, già annunciato da una brezza odorosa di alga e di scoglio.

Caricamento articoli correlati...