Giochi … di corpo, giochi… di spirito. Giochi di carte e a tombola nni Cìcciu

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3 Commenti

  1. Margo' ha detto:

    Bellissimo racconto. La poesia è semplicemente meravigliosa. ♥️

  2. Paolo Cicero ha detto:

    Non mi dilungo sulla valenza di questa puntata, opera del mio grande amico, perché qualcuno potrebbe pensare che io voglia semplicemente “alliffarlo”. Gli dico solo: bravo, a compenso di tante altre volte in cui, per evitare “mali pinsera”, taccio.

    Voglio spendere però due parole sulla poesia di Michele Sarrica. Una vera e propria elegia ad un amico, Ciccio, che riesce davvero a suonare le corde dell’anima (grazie anche alla voce quasi magica di Mario) e dipinge, con maestria, l’immagine di un uomo innamorato di tutto ciò che lo circondava da vicino: uomini e cose. Un uomo che quelle cose interpretava a suo modo, magnificandole con tocchi a volte geniali. Questo era la sua tombola, questo era la “scurciddra”, raccontate dai versi e dal racconto.

  3. Vincenzo Carollo ha detto:

    Dalla precedente lettura ne ho trattu un gusto particolare sia per la fedeltà delle immagini descrittive, sia perché sono io stesso uno dei fedeli “ragazzacci” frequentatori della sartoria del compianto Ciccio Mazzola (che era tra l’altro la mia memoria), sia perché mi ha ricordato un tempo e un ambiente che non torneranno mai più. Sarebbe impossibile raccontare tutto ciò che combinavamo in quella sartoria, non soltanto di giorno, ma a volte persino di notte! Qui ne racconto soltanto una nota a tantissimi, con cui voglio sottolineare una specie di attitudine mostruosa a divertirsi e a far divertire. Ecco: Un giorno gli amici pensarono di far sparire a Ciccio il “cato” col carbon per il ferro da stirare, indispensabile per la sartoria e si misero d’accordo che chiunque entrasse in sartoria, proprio chiunque, chiedesse a Ciccio ” comu fu u h fattu d’u catu. In un primo tempo Cicciu non finiva più di raccontare fino a nnu si squaravi e s’arrabbiava con chi non lo faceva lavora. Intanto io mi trovavo a Bruxelle e che fecero gli amici? scrissero a me per chiedere a Cicciu da Bruxelles “comi fu u fattu d’u catu?” Quello che è successo alla ricezione della mia risposta fu indescrivibile: per farla leggere proprio a tutti l’hanno affissa anche sullo specchi del Barbiere accanto, Don Sarino Obole, e gli riempivano il salone di presunti clienti da sedersi… e leggere!
    Ecco la mia risposta in vesi:

    IL “CATO”
    La sparizion del “cato”
    si può così spiegare:
    Qualcun l’avrà trovato
    adatto per pisciare.

    Avendo i reni lenti,
    s’è subito sbracato
    e, senza complimenti,
    ha riempito il “cato”.

    Di quel pisciar nel “cato”
    nessuno udì il fragore?
    Vi avrà prima cacato
    per spegnere il rumore.

    Lo stronzo dentro il “cato”
    s’è poi portato via;
    son troppi, avrà pensato,
    gli stronzi in sartoria!

    Ed or che vi ho spiegato,
    è chiar pure a uno sbronzo,
    potrà condurvi al “cato”…
    l’odore dello stronzo.

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