I Soprannomi di Castelbuono, classificazione, motivazione e altri aneddoti

storie

 

 

A ttutti mmitàu nnô paisi,

â Bbona, ô Bbàcchiu e ô Iraggisi

Enzo Macaluso, Sagra delle nciùrie (1967)

 

Uno dei problemi che pone lo studio scientifico delle nciùrie riguarda la loro classificazione al fine di riuscire a comprendere il contesto e la motivazione che le hanno originate. I criteri di classificazione oggi adottati, ponendo al centro il processo creativo del soprannome nel tentativo di pervenire a distinzioni fondate sul loro movente, permettono – con buona esaustività – di distribuire i soprannomi in due grandi categorie: quella in cui è dominante la motivazione funzionale e quella in cui prevale la motivazione scherzosa.

 

Le motivazioni funzionali della nciùria hanno un carattere distintivo in quanto si riferiscono al paese d’origine, al cognome o al nome di uno dei genitori, al mestiere del soggetto al quale il soprannome venne affibbiato. Inoltre, per quasi tutte le nciùrie di questa grande categoria, è certo non solo il significato ma anche l’origine.

 

I soprannomi etnici individuano i soggetti a partire dai paesi, dalle città o dalle regioni d’origine, si ha così u Ancitanu, l’Arminisi, u Capizzùotu (originario di Capizzi), u Catanisi, u Cifalutanu, u Iraggisi, u Isiniddraru, u Missinisi, u Morinu, u Palermitanu, u Pitralisi, u Puddrinitu, u Pulizzanu, u Rroccapalummisi (originario di Roccapalumba), u Tarantinu, u Tirminisi, u Tusanu. Si noti incidentalmente che gli odierni cognomi Lombardo, Polizzano, Toscano sono relitti di soprannomi etnici.

 

Il fenomeno della mutazione del soprannome in cognome, analizzato nella precedente puntata, permette di osservare che, talvolta, si è verificata anche la trasformazione inversa. Limitandoci a ricordare solo i più recenti, giacché per i più arcaici si perderebbe l’evidente certezza, avremo Càccamu, Canalìcchiu, Ciprianu, Cuvìeddru (Cuvello), Ggianvìecchiu, Luna, Mazzuleddra, Mazzùolu, Mirinninu, Mùrgia, Napulìeddru, Nota, Padalinu, Patti, Pìeri (Peri), Pipa, Qualantùonu (Colantoni), Rrussùottu, Salìernu.

In particolare, il soprannome Pipa nacque certamente come Pipi dal cognome Pepe che, riferito poi a un soggetto di sesso femminile, divenne a Pipa e, infine, Pipa indistintamente per femmine e maschi, compreso u maistru Pipa il quale, se veramente si dedicò al magistero didattico, non dovette propriamente brillare in questo campo se a un alunno non particolarmente destro nel leggere, scrivere e far di conto, fino a qualche decennio addietro, gli si soleva dire chi jjisti a scola nnô maistru Pipa?

In questa categoria di soprannomi potrebbe rientrare, ma non è certo, anche Cicìu, vista la frequenza del cognome Cicìo, sia pure non a Castelbuono. Cicìu potrebbe però anche essere di origine onomatopeica, così come nella formula cicìu cicìu cô cuntu finìu che chiude tutti i cunta che abbiamo ascoltato nel corso dell’infanzia. Il soprannome Cicìu, in ogni caso, e non solo per quelli della mia generazione, rimane legato per sempre a don Ninì Di Giorgi, bella e incisiva figura di quella Chiazza nnintra di un tempo, che per oltre mezzo secolo ha incarnato lo spirito più puro della smància castelbuonese. Riporto con vero piacere il seguente aneddoto riferitomi da Antonio Di Garbo, storico rivale nelle maschere di carnevale. Un giorno, mentre era tranquillamente seduto all’interno della sua sartoria a fare u perâ musca, che poi è il sopraggitto, si aprì la porta – ma più propriamente a vitrina – di schianto e dentro la sartoria assumàu, come catapultato, Mattìa Bertola a bordo del suo carruzzuni, di cui aveva abbondantemente perso il controllo. Don Ninì, senza batter ciglio, volse lo sguardo dal capo che stava confezionando, lo mise di canto, si alzò, prese uno sgabello e, senza togliergli gli occhi di dosso, glielo porse dicendogli: teccà, na vota ca vinisti, assèttati!

 

Ritornando ai soprannomi decognominali, cioè coniati su cognomi, non è escluso, che qualcuno di questi abbia subìto anche la trasformazione opposta come è successo, per esempio, con Mirinninu che, inizialmente, dovette essere un soprannome, successivamente un cognome, peraltro ancora oggi presente a Castelbuono, per ritornare ad essere un nomignolo, come nel caso dei fratelli Peppi e Sariddru Mirinninu il cui soprannome, se si può dir così, è semplicemente il cognome della madre.

Questo fenomeno non deve essere stato raro, visto che anche i componenti di un’altra famiglia ebbero come nomignolo il cognome Leta della madre. Inoltre, se si tiene conto del fatto che, in qualche modo, ha avuto una certa propagazione anche il nomignolo Ciccileta, apparirebbe meno oscura l’origine della nciùria storica Peppacugna con la quale potrebbero essere stati appellati i familiari e poi i discendenti di tale Peppe Acugna, che è anche il cognome di una blasonata famiglia siciliana. A meno che Acugna, in senso ironico, non sia stato affibbiato a questo tal Peppe per il suo vezzo di ostentare modi da rampollo.

 

Accanto ai decognominali, troviamo i soprannomi denominali, derivanti cioè dai nomi propri di qualcuno degli ascendenti. Se si eccettuano gli italianeggianti Matteu, Rracheli e Valintinu, i rimanenti sono stati costruiti sulle denominazioni locali di nomi propri di persona quali Asparinu, Caliddru, Carminìeddru, Cocò (Nicolò), Ggilormu (Girolamo), Ggiulianìeddru, Iapichìeddru (Giacomo), Maruzzu, Michilinìeddru, Moffu, Momò (entrambi Gandolfo), Ujjìermu e Vartiliddru (che, si badi, non viene da Walter ma da Bartolo). Di questi, alcuni come Carminìeddru, Michilinìeddru, Momò sono stati usati esclusivamente con valore assoluto, vale a dire senza essere preceduti dal nome proprio; i rimanenti, per esaltare maggiormente la funzione specificativa del soprannome, in aggiunta al nome proprio come nei casi di màsciu Vicìenzu u Matteu, màsciu Iachinu Rracheli, màsciu Marianu Moffu.

Ultimo di questo gruppo, ma non per questo il più importante, è il soprannome dei Genchi, quelli del mio ramo, che è Nillu e che inserisco impropriamente qui, per via del fatto alcuni ritengono, secondo me erroneamente, che l’origine sia da correlare al nome proprio Petronillo. Di mastro Petronillo Genchi, in effetti, si parla in diversi atti di metà del settecento per lavori di falegnameria e arredi da eseguire alla Matrice nuova, a quell’epoca nuovissima. Succede, però, che in diversi altri atti il nome dell’avo compare come Pietro Nillo Genchi, vale a dire nome, soprannome e cognome, in linea con la formula canonica di allora. Questo piccolo particolare permette di escludere la derivazione dal presunto nome proprio Petronillo e di dare la spiegazione corretta del soprannome Nillu non appena si tiene anche conto del fatto che i miei antenati, a differenza di altri Genchi, arrivarono a Castelbuono (e qui giustamente voi direte: avissi statu tantu mìejju siddri unn’avìssiru arrivatu; io vi rispondo che lo capisco bene, sono solidale con voi, ma unn’àiu cchi vi fari, ppi stavota ivi accussì) da Alimena e non da Pollina. Questo fatto è cruciale perché ad Alimena, così come in tutti gli Stati Uniti, la semiconsonante palatale che a Castelbuono si rende col nesso jj (cunìjju, fìjju, bbuttijja) è invece resa con ll per cui dicono cunillu, fillu, bbuttilla e – appunto – nillu che è il nostro nìjju, vale a dire ‘nibbio’, rapace del genere falco. Se poi si nota che anche il cognome Genchi deriva chiaramente dal soprannome ìencu ‘giovenco’, appare più che evidente l’inquietante legame a doppio nodo con animali non proprio di compagnia.

 

La valenza della funzione specificativa del soprannome è palese nei casi in cui una persona è stata identificata col nome della contrada nella quale possedeva un podere e sono stati perciò coniati soprannomi toponimici quali Chianu ranni, Frassalernu (o Frassalennu), Chianu mònaci, Pontisiccu. E’ noto, peraltro, che l’avvocato Ciccio Abbate era comunemente inteso l’avvocatu Frassalernu, per specificare che ci si riferiva proprio all’avvocato proprietario della tenuta Frassalerno.

 

In tempi recenti, invece, è invalso l’uso di identificare una persona con l’attività svolta o con il locale gestito: Totò dî polli, Faninu dû trappitu, Mariu dû bbar, Totò dâ lavanderia, Ninì dâ bbiglietteria, Stèfanu dû petit, Ancilinu dâ tipografia. Pur non essendo nomignoli ma semplici denominazioni distintive, questi esempi danno l’idea dell’origine dei numerosissimi soprannomi di mestiere che consentono di individuare il portatore grazie al fatto che gli individui dediti a quella particolare attività lavorativa appartenevano, quasi sempre, a un’unica famiglia.

Ne sono un esempio i seguenti: Anciddraru, Carcararu, Conzapiatta, Crivaru, Cuffaru, Cunzuriùotu, Fasciddraru, Funnacaru, Ggialataru, Ggiornalàiu, Gnuru, Maistru, Nivalùoru, Panillaru, Paraccaru, Paraturaru, Pastaru, Picuraru, Piddraru, Pilaru, Pircialaru, Puddrasciaru, Pustìeru, Quarararu, Rrologgiàiu, Sbarracaruttu, Scupara, Siddrunaru, Siggiaru, Spitalìeru, Strummularu, Tabbaccaru, Tacciaru, Tammurinaru, Uardafili, Uccera, Ucchïttara, Vardiddraru, Viddranu.

 

Siddrunaru, come mestiere, è affine a vardiddraru ma mentre quest’ultimo è relativo a colui che fabbrica selle di cavalli e barde di muli e asini, siddrunaru è colui che costruisce i sellini che si appongono sul collo degli animali da tiro. U Siddrunaru, almeno in un determinato periodo, fu per la chitarra ciò che Nuto de “La luna e i falò” fu per il clarinetto: uno che aveva suonato in tutte le feste e le serenate del paese. Ma u Siddrunaru era anche un tipo originale. A volte arrivava a casa all’ora di pranzo con qualche leccornia, si sedeva a tavola fingendo di volerla fare tutta propria. Alle proteste dei presenti rispondeva: – chi lavora magna, chi non lavora non magna, ricordando, in questo, quel padre che Camilleri avrebbe poi descritto nel bozzetto “A bbadduzza ô papà”.

Quasi tutti i giorni, il figlio andava a trovarlo al lavoro e, dopo qualche preambolo, finiva col minacciarlo: – avà, dammi deci liri vasinnò ti dicu siddrunaru. E lui: – talè, vidi di iritinni. Al che il figlio, messosi al riparo dietro l’angolo, pronto per la fuga, cominciava a fare affacciareddra, canticchiandogli: si-ddru-na-ru!

 

La seconda grande categoria di soprannomi è quella in cui prevale la motivazione ludico-scherzosa che, prendendo spunto da caratteristiche vere o presunte del soggetto, “ne suggerisce una connotazione irridente o laudativa, ingiuriosa o affettiva, talvolta anche triviale”.

 

In questa rientrano soprannomi che riguardano aspetti e caratteristiche fisiche, a partire dagli ovvi, e abbastanza comuni in tutta l’Isola, u Lùongu, u Curtu, u Rùossu, u Siccu, u Nanu, Pilu rrussu, u Nìviru, u Pilusu, u Sciancatu. Più propriamente locali sono invece Ammazza, Aricchï, Bbuffu, Chiàfara, Cùoddru lùongu, Facciuni, Funciazza, Manazza, Manuzza, Misirra (‘gracile’), Mìecciu, Mùoddru, Nasca, Naschi mpinti, Naschitta, Naticuni, Panza, Panzareddra, Piruzzu, Scaccinu, Scajjuni, Spaddruzza, Tartàjja, Tatarànchiu, Testê riddru, Tistazza, Tistuni, Tri ttesti, Uaddrarusu, Vrazzuddru.

Accanto ai soprannomi a connotazione positiva come Bbeddraffacciata, Bbellizza, Bbiddrìcchiu, Bbona, Paciuzzu, Pilidoru, se ne trovano altri di valore opposto quali Cosci luordi, Facci lorda, Pinnalùoccu, Testa lorda fino ai triviali Caca feli, Caca vaneddri, Culu atturratu, Culu cacatu, Piritìeddru, Piscia all’aria, Piscia cantunera, Piscia lìettu, Tirapiciolla. Fra questi ultimi, un sottogruppo fa esplicito riferimento agli organi genitali sia maschili che femminili, vale a dire Bbàcchiu, Minchiazza, Picicallàcchiu, Picicanìeddru, Piciolla sicca, Piciùciu, Piciulleddra con un’accezione scherzosa e niente affatto offensiva.

 

Màsciu Vicinzinu u Bbàcchiu, falegname di professione, suonava il sassofono nella banda comunale e frequentava assiduamente il teatro, come d’altra parte la stragrande maggioranza degli artigiani castelbuonesi di allora. Una sera di veglione, presenti lui e la sua signora, un gruppo mascherato attaccò:

–        u llu sa a mmàsciu Vicinzinu?

–        quali màsciu Vicinzinu?

–        u mascirasci dâ stratê Pùrpuri

–        ma cu u Bbì?

–        no, chiddru ccû strummìentu tùortu (terribile allusione…. al sassofono)

–        ah!, u Bbè!

–         no

–        ma neca è u Bbò?

–        ma quali Bbò!

–        ah!, allura siddri unn’è u Bbì, u Bbè, u Bbò, cu è, u Bbà?

–        se!, u vidi ca u capisti! U Bbà!, u Bbàcchiu.

 

Il povero Màsciu Vicinzinu, ovviamente colto di sorpresa, non solo dovette pazientemente sopportare tutta quella sarsa che si protrasse ancora per un bel po’, ma subì anche le rimostranze della moglie: – disgrazziatu, ca tu ccà m’ava a ppurtari stasira? ppi ffàrimi accampari a facci di nterra?

 

Ancora di natura ludico-scherzosa, ma stavolta afferente a tratti caratteriali del comportamento sono i soprannomi Bbarraccuni, Cannilivari, Ciacialanu, Ciallestò, Cori ranni, Ddannatu, Farfanti, Lagnu, Lùoccu, Malatrama, Manciuni, Mariùolu, Mischinu, Perdi tìempu, Picchialavò, Spropòsitu, Stizzusu.

 

Tante volte è successo che un soggetto sia stato identificato a partire da un oggetto caratterizzante, come nel caso del soprannome Tri rroti, riferito a uno che guidava un motofurgone. Casi come questo non sono isolati. Mi consta personalmente di un tale che, per il semplice motivo di possedere una vespa modello Esse-Esse, fosse appellato dagli amici Esse-essi. Quando, più tardi, cambiò la vespa con una Fiat 128 modello Rally, divenne Rrallì. Questo discorso non è importante in sé, ma potrebbe costituire un indizio per capire come e perché si formarono certe nciùrie storiche, specialmente quelle che hanno a che fare con oggetti quali Areoplanu, Caddrùozzu (non è chiaro se nell’accezione ‘rocchio di salsiccia’ oppure ‘chiodo della trottola’), Campanìeddru, Cargiteddra, Cavijjuni, Chiacchitìeddru, Chiùovu, Ciarameddra, çiaschitìeddru, Cicaruni, Ggìebbia, Jjiòmmaru, Muzzuni (‘fiasco con il collo rotto’), Nziriddru (‘piccolo vaso di terracotta panciuto e senza manici’), Palluni, Pateddra, Pignatuni, Pisciarùottu (‘doccia della grondaia’), Pompa, Quararuni, Rrucchellu, Rrucciuliddru, Rrumanìeddru, Rrunca, Rrùocciulu, Sciàbbula vècchia, Trummetta.

 

Per esempio la nciùria del mio caro amico Enzo Macaluso, innamorato cronico di Castelbuono e della Sicilia, è Carrata la quale non ha niente a che vedere con i carri e le carrarecce, ma con le botti. A carrata è, infatti, una sorta di unità di misura di volumi. Più precisamente è il valore del volume di un insieme di doghe, tutte delle stesse dimensioni, disposte a strati, uno nel senso delle righe, l’altro nel senso delle colonne, in modo da formare (approssimativamente) un cubo. Evidentemente la carrata fatta con doghe per botti da 400 litri è maggiore di quella fatta con doghe per botti da 100 litri. Carrata deriva dal francese carre, ‘angolo, spigolo’ infatti in dialetto quarra è lo spigolo vivo di un’asse. La trasformazione del nesso qua in ca non stupisca perché si verifica in molti altri termini come quarusu, oggi quasi sempre carusu e iuquari, oggi quasi sempre iucari. Ciò potrebbe avere determinato il prevalere di Carrata su Quarratu, soprannome quest’ultimo che, al pari di Caliatu, Dinarìeddru, Nziriddru, Titi, ha dato anche il nome a una varietà storica di amolleo attestata da Minà Palumbo già nel 1847.

 

Il significato delle nciùrie derivanti da oggetti, benché in senso figurato possa richiamare aspetti del carattere (per es. chiùovu nel senso di cavilloso) o dell’aspetto fisico (per es. quararuni nel senso di persona tarchiata) non sembra assumere connotazioni offensive prova ne sia il fatto che diverse persone, specialmente se di spirito, hanno saputo ridere del proprio soprannome anzi, quando se ne presentata l’occasione, con l’arma dell’ironia, lo hanno saputo ritorcere. Riporto di seguito, a mo’ di esempio, un aneddoto simpatico, benché piccante (vogliate perdonare), di grande valore documentario.

Sul finire degli anni sessanta, Antonio Castelli raccolse, dalla viva voce di alcuni contadini, varie testimonianze attorno al lavoro e alla vita campestre per un progetto editoriale dal titolo Parti del discorso contadino, rimasto in larga parte inedito. Fra gli altri intervistò u zzu Pasquali Pignatuni, bell’esempio di figura bucolica d’altri tempi il quale, dopo avere parlato in maniera fortemente evocativa delle vicende di una vigna presa a mezzadria, e di conigli stanati nelle cavità dei tronchi degli ulivi ai Bergi, raccontò che uno dei suoi figli fu costretto alla fuitina perché la madre della fidanzata era decisamente contraria: u Pignatuni un ci l’ava a ddari a sso fìjja. Ma andò a finire, concluse u zzu Pasquali soddisfatto, che anche se la madre non voleva – assolutissimamenti – che la figlia si nfilassi nnê Pignatuna, ma fijju si nni fuivi e si cci ivi a nfilari iddru nnô pignatun’i so fijja.

 

La stessa dinamica soggiacente ai soprannomi derivanti da oggetti potrebbe essere alla base dei soprannomi Bbraccocu, Carduni, Cerza, Cipuddruni, Citrùolu, Cucuzza, Fasuleddra, Lattuca, Minniliddra, Paparuni, Passuluni, Piriddru, Viscìjja (‘roverella’) derivati dall’universo vegetale, e di quelli di derivazione animale, come per esempio, Bbuffa, Cardiddru, Chiò, Ciàula, Cicaleddra, Lapuni, Mìerru, Muçiddra, Musca, Picciuni, Prùciu, Puddricinu, Scravàjju, Sùrciu.

 

Anche in questo caso, alcuni soprannomi come Bbraccocu, sono da prendere in senso letterale, altri devono intendersi come traslati e quindi riferirsi ad aspetti fisici (Cipuddruni sarebbe da mettere in relazione con la faccia rotonda e paffuta di un mio avo) o caratteriali (Carduni sicuramente è stato coniato per sottolineare i modi zotici del destinatario e Ciàula per l’inclinazione alla ciarla) o ad entrambi. Si pensi, per esempio, a citrùolu che significa ‘spilungone’ ma anche ‘persona insipida’.

 

Un aneddoto per me particolarmente divertente è il seguente. Una sera si ufficializzò un fidanzamento, si rrumpìu u scaluni, da parte dei parenti più stretti del fidanzato i quali – come si dice – acchianaru nnâ zzita. E’ inutile dire che entrambe le famiglie avevano una nciùria: Scravàjju quello di lei, Mancia rracina quello di lui. Il ricevimento, come da prassi consolidata, si svolse nella saletta a primo piano, dove sboccava la rampa della scala. L’arredo, anche questo un denominatore comune, era costituito esclusivamente da sedie di zzabbara, allineate lungo il perimetro delle quattro mura, e diversi quadri di antenati che campeggiavano alle pareti. Dopo i convenevoli, il discorso aveva preso una piega avvolgente e tutti vi partecipavano. Tutti, tranne uno zio del fidanzato che, invece, mostrava vivo interesse per i ritratti degli antenati. Con lo sguardo ammirato li passò in rassegna ad uno ad uno, più volte, annuendo. A un certo punto, rivolto al padre della fidanzata che gli sedeva accanto, constatò: – Ou!, misca quanti Scravàjja cci su ê mura-mura. Al che l’altro rispose con tono grave – e zzì-zzì!, ca cci l’avìemmu a mmèttiri pp’un ci fari manciari a rracina.

 

Assai particolari sono invece i soprannomi idiomatici Bbaciamu li mani, Cara mia, Cu pò, Dici dici, Friddu fà, Ggesù, Ggiacchè, Ggioia mia, , Santannuzza, Scuru di l’arba, Tardi vinisti, Va curcat’a mà, Vàia Vàia costituiti da locuzioni o parole che, frequentemente intercalate, sono diventati vezzi così vistosi da essere considerati caratterizzanti nell’ambito paesano.

Incomprensibili quanto affascinanti sono i cosiddetti soprannomi fonosimbolici Bbaibbì, Bbaicò, çè-çè, Ciapacià, Ciuciù, Ficofà, Mmallà, Nfunfurunfù, Pepè, Piccibbò, Picicù, Pitè, Pupù, Rrarò, Tatazzà, Tipallù, Tirichitìeru, Tiritùppiti, Tracatrà, Trimmitrimmi. Essi riproducono, attraverso ripetizioni di un suono, qualche caratteristica comportamentale o caratteriale del soggetto.

Spiccano in questo elenco i soprannomi che hanno reso celebri due personaggi della Castelbuono di metà Novecento Puppinu çè-çè e Nicolinu Ficofà, dei quali si dovrebbe dire diffusamente. Due parole, invece, vanno spese per una breve storiella attorno a Rrarò, pittoresco personaggio che i diversamente giovani ricorderanno come pluri vincitore delle corse dei cavalli che si tenevano il primo giorno della festa di sant’Anna nel tratto di via Cefalù compreso fra il campetto polivalente e

la Banca. Trovandosi un giorno Rrarò per le vie di Cefalonia o di Corfù o di che diavolo ne so, non certo nelle vesti di turista ma di militare, gli parve di avere udito: Rrarò!, Rrarò! Si fermò, si girò, guardò, riguardò, ma nessuno vide. Si convinse di essersi sbagliato e riprese il cammino ma il maledetto suo compaesano ben nascosto dietro a un angolo attaccò un’altra volta: Rrarò!, Rrarò! il Nostro stavolta era certo di non sbagliarsi così com’era certo che, girandosi, avrebbe visto qualcuno di sua conoscenza. Ma non andò così. Anche stavolta non vide nessun volto noto. Allora andò deciso per la sua strada e mentre l’altro continuava a chiamarlo: Rrarò!, Rrarò! il Nostro non si fermò più né si girò, impettito e fiero di sé disse a voce alta: – Anche in Grecia lo sanno che mi chiamano Rrarò.

 

Altre categorie di soprannomi legano la nciùria all’abbigliamento, come nel caso di Bburrittinu, Cammiseddra, Casaccheddra, Pèddril’i scarpi, Quasunìeddru, Scarpuzza o a termini geomorfi come Malattirrenu, Muntagneddra, Vaddruni o ancora a termini alimentari quali Cavatuni, Cucchiuluni, Fava vujjuta, Maccarruni, Pasta saliata, Tajjarina.

 

L’ultima – e ffinìemmu – categoria di soprannomi è quella in cui la nciùria indica azioni ricorrenti e, per certi versi, caratterizzanti come Affuca iumenti, Abbruçia pajjuni, Mancia cajjuni, Mancia rracina, Nchiana ticchiena, Nfurna pàssuli, Pèrcia lòggia, Scàccia e mmància, Serra serra, Strazza sita.

 

Castelbuono, come è noto, vanta una secolare tradizione di bravissimi e assai eruditi maestri elementari, alcuni dei quali hanno raggiunto una fama imperitura. Altri si sono segnalati, talvolta fin dalla più tenera infanzia, per la perspicacia. Si tramanda che uno di questi, frequentando la prima elementare e trovandosi in serie ambasce con le aste, assillava il suo compagno di banco dicendogli: avà, fammi vìdiri comi si fanu! Altri ancora, assursero a notorietà per le pratiche pedagogiche che ispirarono le più avanzate teorie in materia, da Piaget alla Montessori. Fra questi ultimi è già consacrato alla memoria eterna il maestro Abbruçia pajjuni. U pajjuni è il pagliericcio, un grande sacco riempito di paglia o foglie secche, che un tempo veniva usato come materasso. Il maestro Abbruçia pajjuni, che tradotto alla lettera si potrebbe quindi rendere con ‘incendia pagliericcio’, aveva dei modi assai esclusivi di tenere in castigo gli alunni: taluni li costringeva a stare ginocchioni e, perché non si potesse dire che quella posizione fosse poco confortevole, inseriva dei ceci secchi sotto le ginocchia, talaltri li esponeva al pubblico ludibrio tenendoli in piedi, fra la cattedra e la lavagna, con una fiscella di giunco, di quelle usate per contenere la ricotta fresca, ben calcata sulla testa. Il maestro Abbruçia pajjuni teneva molto all’igiene personale dei suoi allievi e proprio per questo, sistematicamente ogni mattina, li passava in rassegna. In particolare, se riscontrava che le orecchie erano sporche di cerume, soleva prelevare una fava secca dalla tasca e gliela introduceva, e questo non per spirito vessatorio ma piuttosto perché le sue conoscenze demopsicologiche lo portavano ad applicare alla lettera la nota similitudine popolare: avi âricchï lùordi ca si cci pùonu siminari i favi.

 

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In conclusione, mentre mi rammarico di non essere riuscito a dare conto di altri soprannomi storicamente notevoli, perché mal si conciliavano col filo che ho voluto dare al discorso, tengo a puntualizzare con fermezza che queste due puntate sulle nciùrie non sono in nessun modo configurabili come una occasione costruita ad arte per il mero e vacuo piacere di insultare. Se così è stato interpretato da qualcuno, mi dolgo e chiedo pubblicamente scusa.

Mandando in vacanza CastelbuonoStorie, vorrei sinceramente ringraziare lo stuolo di affezionati lettori (circa quarantamila accessi in ventuno puntate è un numero esorbitante e commovente nello stesso tempo) per l’attenzione, la curiosità, l’affetto e le gentili parole che avete voluto spendere nei miei confronti. Ringrazio i miei amici Antonio Prestianni e Peppe Marannano per la fraterna ospitalità offertami e per avermi dato l’opportunità di sperimentare il medley di storie, storielle, fatti, curiosità, spigolature del presente e del passato e altre cose ancora che, assieme alla vena ironica che ha fatto da necessario midollo, si sono sintetizzate – non so come – in questa, per me, incredibile rubrica. Vi abbraccio tutti, a presto

Massimo

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