Il vicolo del Rilievo, a Ninfa dâ Funtana ranni e il Teorema di Cammarata

(Di Massimo Genchi) – Oggi è difficile da credere ma chiazza nnintra, in origine, era la denominazione della via che collega il Castello con la piazza della Matrice Vecchia. Il fatto che una via venga popolarmente intesa con chiazza non deve sorprendere perché a ben guardare anche la via che collega Piazza Margherita a Piazza Matteotti è detta a chiazza. Ciò in virtù del fatto che per piazza, almeno un tempo, si dovette intendere un luogo sede di attività specialmente commerciali.

L’attuale denominazione di via sant’Anna risale al 1882, dopo che la stessa si chiamò per diverso tempo Piazza dintro e, successivamente, via dei Conti di Geraci. Quando chiazza nnintra sia passata a indicare la piazza, certamente dopo il XVI secolo, è difficilissimo da stabilire.

Così come è difficilissimo sciogliere il senso di certe intitolazioni viarie quali vicolo Guasco, vicolo Olga, vicolo Orso, vicolo Attilo che pure un qualche significato devono avere avuto. Assai più semplice è, invece, la risoluzione di Vicolo Rilievo. Innanzitutto si tenga presente che il vicolo in questione, oggi intitolato a Giuseppe Di Garbo, pittore vissuto a cavallo fra il Settecento e l’Ottocento, è quello che collega a chiazza alla rrua fera. Inoltre, l’esatta denominazione era vicolo del Rilievo e che prima della intitolazione delle strade urbane, si chiamava vicolo Fondaci. In effetti, fin dal ‘500, in quella zona furono ubicati diversi fondaci. In particolare, nei locali in cui oggi insiste l’Extra bar era ubicato il cosiddetto “fondaco piccolo” mentre il “fondaco grande” ricadeva, in parte, negli attuali locali del Play bar. Dunque il significato di Rilievo è da mettere in relazione con la presenza dei fondaci. Infatti, in molti dialetti siciliani per rrilievu si intende “il luogo in cui si posteggiavano le carrozze” (a Grammichele), “l’operazione di cambiare i cavalli alle poste” e “la posta” stessa (secondo diversi lavori lessicografici), ma anche la “scuderia” (ad Assoro). Tutto ciò troverebbe conferma nel fatto che in francese il termine relève significa “cambio, muta” e il corrispondente verbo relever significa “dare il cambio”, da cui il termine italiano rilevare, peraltro di uso comune. Ragion per cui con vicolo del Rilievo, preferito a vicolo dei fondaci, il toponomastico ottocentesco ha voluto tramandare che in quei pressi vi erano delle stazioni di posta.

Poiché la traversa adiacente, fino a poco tempo fa, si chiamò vicolo Alberghi, per le locande che vi erano ubicate, qualcuno ha pensato che Rilievo fosse da mettere sì in relazione coi fondaci, ma per la presenza delle locande, che richiamerebbero il sostantivo francese relais. Ma relais, in francese, significa “posta, stazione in cui si fermavano le diligenze per il cambio dei cavalli”. E qui, sarebbe il caso di dire, arrivàu a mula ô fùnnacu, perché sia relais, sia relève riportano alla posta dei cavalli. In definitiva, gli alberghi sembrano entrarci poco con Rilievo.

Però se gli alberghi si sono guadagnati l’intitolazione di una via, dovettero essere non pochi e non di poca notorietà. In tempi recenti si potè alloggiare all’Albergo Alessandro ubicato ô chianâ Matrici nel palazzo Failla, nnâ zza Marana in via Paradiso e per i più esigenti c’era l’Albergo delle Rose, allora di ultima generazione. Andando indietro nel tempo rimane traccia di un Albergo Centrale sopra il bar sant’Anna, dell’Albergo Roma in Piazza Margherita nell’attuale casa Speciale e di un altro che ha letteralmente fatto il giro del mondo. Sorgeva nei locali sopra l’ex Ristorante Nangalarruni, doveva occupare tutto l’isolato, ed era gestito da Donna Stefana Schimmenti. La notorietà è dovuta al fatto che i non pochi naturalisti siciliani, italiani ed europei ottocenteschi che fecero base a Castelbuono per le loro escursioni alle Madonie alloggiarono da Donna Stefana, come si può leggere nei rendiconti pubblicati nelle riviste naturalistiche dell’epoca.

Negli anni ‘70, alcuni di questi locali ospitarono un noto circolo ricreativo mentre i rimanenti, da tempo costituivano la casa di civile abitazione della famiglia del professore Oscar Lo Presti, mio indimenticato professore di francese in terza liceo. Un anno di ghignate. Al mio compagno di banco Mario Sottile che, già allora, si cimentava in tanti sport ripeteva sempre col suo sarcastico sorriso: Sottili!, tutti l’a fattu i sport ma unu neca l’a purtatu a bbùordu!. Apriva le interrogazioni chiedendo un argomento a piacere e quando il malcapitato, il più delle volte, giaceva in totale silenzio ripeteva: Due sono le cose, o conosci tutti gli argomenti e non sai quale scegliere o un nni sai mancu unu.

Ma ritorniamo a noi. La scala di accesso al primo piano, in comune con il circolo, costituiva oggetto di dissidi fra il custode del circolo, Antonio, e i figli del professore Oscar a parere dei quali la pulizia della scala lasciava parecchio a desiderare. Un giorno, varcando il portone d’ingresso per salire su al circolo, li trovai letteralmente con le mani nella marmellata. Armati di barattoli di confettura, erano intenti a spalmarla copiosamente sui gradini. La risposta data all’unisono alla mia naturale domanda fu: vistu ca Ntòniu a scala u lla vo llavari, accussì l’a llavari ppi fforza. Efficace rimedio e disarmante risposta.

Nell’altro versante dell’isolato, prima che al balcone troneggiasse il motorino, assurto a notorietà iconografica internazionale, una parte dei locali del fondaco grande venne adibita a bar, u bbar i Bonomu, dove si poteva giocare a carte, ma soprattutto a biliardo. Ammirato genio della stecca nel bar Bonomo fu Fasanello che per tanti anni era stato a Rio de Janeiro dove lavorava, se si può dire così, in una casa da gioco. In realtà lui non lavorò mai, tanto è vero che una volta, trovandosi ad assistere a un comizio, avendo l’oratore esordito dicendo “trabajadores do Brasil”, lavoratori del Brasile, lui disse al suo amico amuninni ca chistu un parra ccu nnuatri.Fasanello era estremamente superstizioso, tanto che non si separava, al gioco e fuori, da un suo amico gobbo. Un giorno il gobbo gli disse: “non vedi che da quando hai comprato questo orologio le cose al gioco non vanno più bene come prima”? Fasanello senza pensarci due volte si sfilò l’orologio d’oro dal polso e lo gettò sotto un tram che in quel momento gli passava davanti. Fasanello con la stecca in mano era spettacolare. La sua bilia, colpita appena appena, impiegava un tempo infinito per raggiungere l’altra e questa, a sua volta, i birilli. Dal pubblico consigliavano vivamente a chi giocava contro di lui: mìegliu lassallu a vvista ca ùorvu, cioè, paradossalmente, è meno pericoloso quando la sua bilia vede l’altra. Antonio Castelli ne I talenti della noia così lo descrive: «c’è Jim, italo-americano, ritiratosi da poco nel suo paese d’origine; non proprio anziano, secco e spigoloso, ha la faccia intagliata come una corteccia. Egli è un virtuoso del biliardo; atteggia il corpo naturalmente, ricurvo com’è, per archeggiarvi la stecca. Fissa la mano sinistra, lunga e ossuta, sul panno verde e, con l’altra, attraverso l’indice e il pollice chiusi in un cappio di tendini, fa scorrere la stecca; dapprima con moto lento, misurato, poi con agilità sempre più sciolta, per allungarla di colpo dal suo interno come un artiglio». In effetti, chi ha conosciuto Fasanello ritrova più di una somiglianza con la sua figura, le sue mani, il suo stile, la sua postura.

Successivamente, il bar fu preso in gestione da un personaggio assai popolare e simpatico, sempre pronto alla battuta, che tutti chiamavano Hombre. Quando ancora Castelbuono non era caposaldo della produzione di panettoni, Hombre – in occasione delle feste natalizie – ordinò un consistente numero di panettoni Motta e Alemagna che mise in bella esposizione. Solo che non ne vendette uno che fosse uno. All’indomani dell’Epifania, giorno di inizio degli sconti, nel bar ancora apparato di panettoni entrò un signore che chiese: – avete per caso panettoni? e Hombre, come sempre impenetrabile, non perse neppure in quella circostanza il suo solito aplomb. Passati in rassegna col dito tutti i panettoni, si rivolse all’avventore inarcando il sopracciglio e dicendo: – sono tutti venduti!

Negli stessi giorni, ma una decina di anni più tardi, a metà degli anni ’80, Cammarata con un enorme cartellone affisso sul prospetto del suo bar rese nota la seguente

OFFERTA SPECIALE

1 panettone £ 3500

2 panettoni £ 7000

A dire il vero non proprio una offerta di tutti i giorni. Dal momento che il resto del cartellone era rimasto immacolato, noi non più giovanissimi ma ancora giovani da poterci abbandonare ai dispetti, lo completammo così:

3 panettoni £ 10500

4 panettoni £ 14000

…………………………..

10 panettoni £ 35000

Costruimmo, cioè, per la prima volta nella storia plurimillenaria dell’aritmetica in base dieci, la tabellina del 3500. E, com’è consuetudine nella matematica e nella fisica, si volle tributare quel formidabile risultato, a cavallo fra il teorico e lo sperimentale, a colui che lo trovò. Quindi accanto al teorema di Pitagora, al teorema di Euclide, al teorema di Ampère e a tutti gli altri, almeno per me, ha trovato posto anche il teorema di Cammarata. Tutte le volte che a scuola capita di parlare di leggi regolate da relazioni di proporzionalità diretta, esemplifico sempre in questo modo: perché se un panettone costa 3500, due costano 7000 e tre 10500, in virtù del teorema di Cammarata. Naturalmente ogni volta i miei alunni chiedono chi sia mai questo Cammarata.

Quel bar, prima di essere rilevato da Cammarata, fu per tanti anni il celebrato Caffé Pupillo, la cui pasticceria e gelateria furono davvero rinomate. Bruno Caruso in un suo disegno volle immortalare Vincenzo Pupillo con le sue specialità: il gelato e il tronchetto, u ggelat’a ppìezzu. Si dice che il popolino avesse una certa soggezione a transitare davanti a quella schiera di aristocratici seduti ai tavoli all’esterno al punto da essere indotti a deviare il loro percorso sulla parallela via Turrisi. Oggettivamente, una cosa tutt’altro che bella.

Il Caffé Pupillo era quasi una propaggine della Fontana grande, la fontana a parete costruita dai maestri lapicidi di Carrara a fine Cinquecento su una fontanella preesistente. La fontana di Venere Ciprea si caratterizza per il suo fondale movimentato da nicchie, sculture, mascheroni e vasche nelle quali l’acqua zampilla per poi cadere nella vasca sottostante, che un tempo dovette essere un abbeveratoio. Dai quattro cannelli, un tempo, l’acqua sgorgava nfuriata e quando la portata cominciò a scarseggiare, diversi vecchi ricordavano i tempi in cui la gittata dell’acqua, specialmente durante il periodo del disgelo, si spegneva in mezzo alla strada, ben oltre la vasca.

Durante il restauro della Fontana grande di metà degli anni ’80 si è compiuto uno scempio, uno dei tanti, passato sotto silenzio. Come si sa, ai lati della vasca sono poste quattro metope. Nelle due più vicine alla vasca è stato inopinatamente tagliato l’angolo basso per potervi incassare la cornice in pietra arenaria che chiude il bordo superiore della vasca. Un vero e proprio vituperio.

Nella fontana grande spiccano, al centro la statua ignuda di Venere con Cupido alla quale, una volta, una mano ignota, forse per un eccesso di pudicizia, appose un reggiseno ma, chissà perché, dimenticò la mutandina. Alla sommità è la statua di Andromeda in ginocchio su uno scoglio, che il popolo chiama a ninfa dâ Funtana ranni. Nell’immaginario popolare la ninfa da sempre ha rappresentato un modello di donna, di fidanzata, brutta o sgraziata a seconda delle circostanze, dato che in occasione di certi fidanzamenti buffi o improbabili si soleva dire si fici zzitu ccu a ninfa dâ funtana ranni.

E proprio di rimpetto alla fontana grande, fra la traversina in salita e il salone di mio nonno Nunziu Cipuddruni era una merceria gestita da un tale inteso Testê riddru. che somigliava in maniera pazzesca al Grillo di Pinocchio disegnato da Walt Disney. Il signor Puccia, come tanti, ovviamente, non andava per niente fiero del suo soprannome, anzi si infastidiva parecchio. Un giorno una bimba distinta entrò nella sua merceria e gli disse: – “Signor Testa di grillo, mi ha detto la mamma…”. Il signor Puccia la troncò con queste precise parole: – cci dici a tto mà ca u riddru vulàu e si ivi a nfilari mmenz’i cosc’i so sùoru.

A pochi passi di distanza, dirimpetto al Cycas, si trovava l’emporio con annessa profumeria del cavaliere Peppino Di Liberti, persona simpaticissima e per molti versi unica, del quale si ricordano le serate Paglieri organizzate nel salone della Nebrodese nel corso degli anni ’50. Da piccolissimo, del cavaliere Di Liberti mi colpivano le unghie smaltate di vari colori, ancora non si parlava di french, che usava a mo’ di campionario da mostrare alle clienti. Il cavaliere Di Liberti, a differenza di tanti altri, non si adombrava se lo chiamavano Monzù. Monzù significa cuoco delle famiglie signorili, ma anche barbiere ed è proprio a questo secondo significato che bisogna riferire il suo soprannome. A Castelbuono, però, armàrisi comi a Monzù significa agghindarsi e ingioiellarsi oltre misura perché il padre di Di Liberti, ordinariamente, andava in giro impataccato, pieno di anelli, bracciali e collane.

Il nostro cavaliere nel suo frequentatissimo negozio sfoggiava, di prammatica, un italiano da brivido e un savoir faire che gli conferiva un certo charme. Capitò più di una volta che, avendo qualche bella signora richiesto un reggiseno (allora si diceva reggipetto), lui intervenisse prontamente togliendo l’armamentario dalle mani della moglie dicendole: – aspetta, lascia fare a me, ca ddrùocu sulu ia cci sàcciu mèttiri manu. E poi, compiacendosi di sé stesso aggiungeva: Certu ca siddri a scola s’avissi studiatu l’amore ia avissi pigliatu deci nna tutti i materii. In effetti, specialmente oggi, dopo il liceo sportivo, il liceo coreutico, il liceo gastronomico, un liceo erotico non sarebbe poi da disprezzare.

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